«A 100 anni vorrei rifare l'assessore». Intervista all'ex sindaco Mirco Marzaro

Giovedì 19 Maggio 2022 di Alda Vanzan
Intervista all'ex sindaco Mirco Marzaro
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Il prossimo 28 luglio compirà 100 anni ed è lucido come quando, appena diciassettenne, lo spedirono in Comune a curare l'ufficio amministrazione e la segreteria. Era il 1939, la persona che doveva sostituire era stata chiamata alle armi e in paese qualcuno pensò di incaricare questo studente liceale, minuto, gracile, ma volenteroso. Nessuno all'epoca immaginava che col tempo sarebbe diventato sindaco per ben quattro mandati, dal 1956 al 1975. «E avrei fatto anche il quinto, se non mi avessero stoppato togliendo il simbolo del partito dalla lista». Ebbene, questo quasi centenario che ama l'arte e i libri, che legge almeno 6 ore al giorno e non ha una ricetta specifica per spiegare come si arrivi in salute a una così veneranda età («Bisognerebbe domandarlo al Padreterno, posso solo dire che mangio pochissimo ma mastico tanto, alcol mai, neanche un bicchiere, anche perché il vino è amaro e io preferisco le bevande dolci»), sarebbe disponibile ad andare ancora in municipio: «Sì, mi piacerebbe fare l'assessore, gratis s'intende, per portare a termine il lavoro interrotto dieci lustri fa».

Ecco Mirco Marzaro, classe 1922, ex sindaco di Santa Maria di Sala (Venezia), nonché ex assessore alla Cultura (e non solo) della Regione del Veneto per dieci anni, poi semplice consigliere per altri cinque, autore di leggi importanti come quella sulla Protezione civile (la prima varata in Italia) e di iniziative rimaste memorabili, come la mostra sui tesori dei faraoni a Palazzo Ducale, qualcosa come 620mila visitatori («Sono andato quattro volte al Cairo per scegliere i pezzi»). Ma, soprattutto, sindaco. Democristiano da sempre («La sezione del paese l'ho fondata io, avevo la tessera numero uno»), non c'è neanche bisogno di chiedergli di quale corrente: doroteo, scontato. «Cosa voleva dire doroteo? Essere pacati, equilibrati. E pensare in generale, non ai particolarismi. Non ho mai sopportato le persone che amministrano pensando a se stesse». Marzaro Mirco senza la kappa («È capitato spesso questo errore, in sloveno Mirko vuol dire pacifico, effettivamente mi si confà») una decina di giorni fa ha conosciuto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: a organizzare l'incontro, in occasione della cerimonia per i 60 anni del Collegio navale Morosini, è stato il prefetto di Venezia Vittorio Zappalorto il cui padre era il segretario comunale di Santa Maria di Sala nell'anno in cui Marzaro si trovò con la lista senza il simbolo della Dc. «Avrei potuto presentare un altro simbolo, che ne so, un campanile, ma non era nel mio stile, semplicemente non partecipai alle elezioni, un peccato». Al Capo dello Stato ha consegnato una scheda con la sua attività di amministratore: «È stato emozionante, il presidente mi ha fatto i complimenti per il servizio svolto per la comunità». E manco sapeva che, dipendesse da Marzaro, il lavoro in municipio potrebbe continuare: il 12 giugno si vota, se i futuri nuovi amministratori volessero, sarebbe disponibile a dare una mano.

Prima di dire per fare cosa in Comune, Marzaro si racconta. Padre del 1897, mamma del 1899, una sorella di due anni più giovane, la famiglia riesce a farlo studiare nonostante le ristrettezze economiche ed è così che a 17 anni, con la Seconda guerra mondiale appena scoppiata, finisce in segreteria in municipio. Evita la leva per due volte - troppo mingherlino, rivedibile - finché nel settembre del 43 viene arruolato con la classe 1925. «Ma non mi presento, mi richiamano due volte, nel febbraio e nell'aprile 44, alla fine mi arrendo, il rischio era la pena di morte. Per due mesi faccio la sorveglianza agli automezzi, poi fuggo. Una sera piovosa del marzo 1945 le brigate nere arrivano a colpo sicuro a casa, ero andato da mamma e papà. Mi salvo miracolosamente, scappando in mezzo al fuoco di fucileria, ma prendono mio padre e lo torturano. Papà resiste e non parla. Io rimango in clandestinità, in contatto coi partigiani, fino al 25 aprile». Finita la guerra, il giovane Marzaro prende l'abilitazione magistrale («Così potevo insegnare e avere uno stipendio»), poi la maturità classica e la laurea in legge. Ha già fondato la sezione della Dc, nel 51 partecipa alle elezioni in Comune: «Eletto e nominato assessore tuttofare». Nel 56 il salto: sindaco. Per un mandato, due, tre, quattro. È di quel periodo che Marzaro ama parlare, di tutte le cose che ha fatto, «e per 15 anni sempre all'unanimità». «Finita la guerra Santa Maria di Sala era un paese che non aveva niente, c'era tutto da costruire, da progettare, inventare. Mancava il lavoro, mancavano luce, acqua, telefono, strade». La svolta avviene nel 1962 quando viene adottato il Piano regolatore generale: è lo strumento che disegna il Comune, ma l'innovazione è nella strategia che la giunta di Marzaro porta avanti: comprare la terra, urbanizzarla, destinarla a insediamenti produttivi. E poi espropriare altri terreni trovando l'accordo con i proprietari per realizzare i centri delle frazioni. E infine le case. Significava creare lavoro e fare del paese un bel paese, senza contare l'acquisto di Villa Farsetti, all'epoca chiamata il palazzone. «Abbiamo fatto tutto, restava da sistemare solo il centro di Santa Maria di Sala, era l'impegno che mi ero dato col quinto mandato». Quello che non gli hanno fatto fare. «È il mio rammarico. La delusione è che Santa Maria di Sala avrebbe potuto essere di esempio al resto d'Italia».

A Palazzo Balbi arriva cinque anni dopo l'esperienza in Comune. «Tutti gli incarichi che ho avuto, è perché me li hanno proposti». In Regione il doge è Carlo Bernini, a Marzaro vengono date le deleghe agli Enti locali e Protezione civile, poi Informazione e Cultura. Fa pubblicare la Storia di Venezia, 16 volumi editi da Treccani, si inventa le riviste Il diritto della Regione e Notiziario Bibliografico, cura l'acquisto di tre importanti archivi di casate venete, a partire da Emo-Capodilista. E propone alla giunta l'acquisto dell'area di Altino per farne un grande parco archeologico: l'idea piace, ma viene accantonata. Il guaio politico di Marzaro è che nel partito non è uomo di tessere, vive del suo lavoro (13 anni all'Eni, poi all'Ente nazionale Tre Venezie successivamente diventato Esav), a casa ha moglie e cinque figli, non ama il potere per il potere. «Quando è scoppiata Tangentopoli sono rimasto muto, mai avrei immaginato che succedessero cose del genere. Ignaro ero e ignaro ero rimasto». Dopo la Dc non ha più preso tessere: «Ho votato Forza Italia, ma ritengo che ora Berlusconi dovrebbe stare a casa sua, troppi interessi. Ho una stima immensa per Draghi, Salvini non mi piace, Zaia sì, ma non capisco perché insista così tanto sull'autonomia: se la danno al Veneto dovranno darla anche a Basilicata e Calabria. In Sicilia ce l'hanno e hanno fatto disastri».

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