Mirano. Avvocato killer uccise il fratello con una lama nell'occhio. «Aveva tentato di far fuori anche la sorella avvelenandole l'acqua»

Venerdì 28 Ottobre 2022 di Nicola Munaro
Mirano. Avvocato killer uccide il fratello con una lama nell'occhio. «Aveva tentato di far fuori anche la sorella avvelenando l'acqua»

MIRANO - Quattro giorni prima di riuscirci con il fratello, piantandogli un coltello in un occhio dopo averlo colpito con violenza più volte, Carlo Pellegrini aveva provato a uccidere la sorella, avvelenandola con della morfina diluita in una bottiglia di acqua naturale. Omicidio e tentato omicidio sono quindi le accuse da cui il quarantanovenne avvocato (non iscritto all’Ordine), nato a Mirano, deve rispondere ora nel processo davanti alla Corte d’Assise di Torino.

VENTI COLTELLATE

Di fronte al giudice dell’udienza preliminare, che in estate aveva accolto la richiesta di rinvio a giudizio formulata dai pubblici ministeri Delia Boschetto e Davide Pretti, Pellegrini aveva ammesso di essere stato lui a uccidere il fratello Enrico, 52 anni, trovato senza vita e con una lama in un occhio nel garage di un palazzo in via Principi d’Acaja 38, a Torino, il 27 giugno 2021. Secondo la Procura e i carabinieri della città della Mole, la morte del cinquantaduenne però risalirebbe ad alcuni giorni prima. Nell’atto d’accusa l’omicidio è fissato al 23 giugno, giorno dell’ultimo contatto tra la vittima e il fratello. È di due giorni dopo (25 giugno) la denuncia di scomparsa fatta arrivare ai carabinieri dal padre Rodolfo e dalla sorella Silvia, preoccupati del fatto che Enrico non rispondesse più al telefono. La domenica successiva Enrico Pellegrini veniva trovato morto in una cantina del palazzo dove viveva, ucciso con ferocia da una ventina di coltellate inferte tra il torace e la gola. Poi l’ultima, con la lama rimasta conficcata in un occhio. Sul corpo, nessun segno di difesa. Tutti particolari sui quali - come sul movente - Pellegrini ha glissato, assumendosi solo la responsabilità della morte del fratello.

LA MORFINA

Sono state però le indagini a svelare un primo capitolo della storia che, alla luce di quanto successo dopo, si inserisce alla perfezione nel quadro disegnato dalla Procura torinese. Il 19 giugno 2021 - quattro giorni prima dell’omicidio di via Principi d’Acaja - Carlo Pellegrini era a Casier, in provincia di Treviso, a cena a casa della sorella Silvia, insieme al loro padre Rodolfo e ad altri parenti. Secondo gli inquirenti Pellegrini avrebbe versato «un quantitativo imprecisato di morfina in una bottiglia d’acqua» quando si era trovato da solo a tavola, mentre la sorella e il padre accompagnavano alla porta gli zii, a chiusura della serata passata insieme. Alcuni minuti dopo era stato lo stesso Carlo a lasciare la casa della sorella, salutando e dicendo che tutti si sarebbero visti alcuni giorni dopo. La donna - ora parte civile nel processo insieme al padre, entrambi assistiti dall’avvocato Marco Marchio - ha raccontato ai carabinieri che mentre stava liberando la tavola aveva bevuto dell’acqua, ma si era interrotta subito per il gusto strano, insolito. Quella bottiglia l’aveva conservata e poi fatta analizzare man mano che l’intera architettura accusatoria si costruiva sui tavoli dalla Procura. Dagli esami di laboratorio era risultato come nella poca acqua ancora conservata nella bottiglietta, fosse stata versata della morfina, che in quelle quantità poteva portare al coma e poi alla morte per paralisi respiratoria.

IL DELIRIO

«Al momento dei fatti - scrive il dottor Roberto Keller, psichiatra e perito del gup di Torino - Carlo Pellegrini era affetto da disturbo delirante con contenuti ideativi prevalentemente di tipo persecutorio. Tale condizione raggiungeva la qualità dell’infermità di mente tale da grandemente scemare senza del tutto escludere la sua capacità di intendere e volere. È - conclude il perito - presente e persistente una pericolosità sociale di livello elevato». Secondo il disegno dei pm Boschetto e Pretti, Pellegrini sarebbe stato mosso da un odio verso il padre, la sorella e il fratello ai quali imputava la colpa della morte della madre, uccisa qualche anno prima da un male incurabile. Proprio la perdita della madre aveva accentuato i problemi del quarantanovenne che qualche mese prima dell’omicidio aveva lasciato la casa di Torino, dove viveva con il fratello Enrico per trasferirsi a Folgaria (Trento). Lì, la mattina del 28 giugno, giorno del suo arresto, i carabinieri avevano trovato dei vestiti suoi sporchi di sangue e una decina di biglietti deliranti: scritti nei quali Carlo Pellegrini inveiva contro il fratello Enrico, il padre e la sorella, senza però trascendere in minacce o riportando accuse che la famiglia gli aveva fatto e che potrebbero essere stati il pretesto per l’omicidio del fratello.

LA FAMIGLIA

Pellegrini - ancora in carcere a Torino - aveva lasciato Mirano nel 1987 assieme alla sua famiglia. Da ragazzo aveva giocato nella squadra di basket del paese. La famiglia è molto conosciuta in città: il padre Rodolfo è infatti il fratello dell’architetto Alberto Pellegrini (che ha messo la firma su numerose strutture in città, tra cui il teatro), marito dell’ex vicesindaca Annamaria Tomaello, e di Andrea, ex primario di Neurologia all’ospedale di Dolo.

Ultimo aggiornamento: 17:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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