La terza vita no global di Casarini e Caccia: “pirati” contro Salvini

Domenica 7 Ottobre 2018 di Alda Vanzan
Caccia e Casarini a bordo della nave
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VENEZIA «Tutto nella mia vita avrei immaginato, ma mai di diventare armatore». Beppe Caccia parla a meno di 30 miglia dalla coste libiche, di fronte a Tripoli. Il ricercatore universitario, a lungo punto di riferimento dei centri sociali, già consigliere comunale dei Verdi a Venezia nell’amministrazione di Massimo Cacciari e poi assessore nella giunta di Paolo Costa, si trova con Luca Casarini, l’ex capo dei No global e delle Tute bianche, a bordo della “Mare Jonio”, un rimorchiatore lungo 36 metri trasformato in nave per attività di “monitoraggio, racconto, denuncia” di quel che avviene nel Mediterraneo. E, se serve, anche - anzi, soprattutto - per recuperare migranti in difficoltà.
 
La sfida al ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini è chiara: se “Mare Jonio”, prima nave non governativa battente bandiera italiana impegnata nelle acque extraterritoriali, dovesse recuperare naufraghi - come ha tentato di fare anche ieri - dove li porterebbe? «Non abbiamo nessuna fiducia della Guardia costiera libica, dovremmo tornare in un porto italiano, non avremmo altra scelta», dice Caccia.

A bordo della “Mare Jonio” ci sono 7 uomini di equipaggio e 4 volontari. Due sono i veneti Caccia e Casarini (che è capo della missione), gli altri sono il medico Roberto Scaìni, già vicepresidenre di Medici Senza Frontiere, e il deputato di Sinistra Italiana Erasmo Palazzotto. In appoggio “Mare Jonio” avrà due piccole barche a vela, tra cui la Burlesque con a bordo mediatori cultuirali, medici, legali, interpreti, Tra lori anche un giovane mestrino. Mario Pozzan, che studia a Bologna, attivista di Ya Basta. L’idea è di “Mediterranea”, una piattaforma che mette assieme associazioni come Arci e Ya Basta Bologna, Ong come Sea-Watch, il magazine on line I Diavoli, imprese sociali come Moltivolti di Palermo. Una linea di credito è stata assicurata da Banca Etica. Perché inizialmente la nave doveva essere noleggiata, «solo che nessun armatore ce la affittava, tutti temevano ritorsioni dal Governo», racconta Caccia. Così si è arrivati all’acquisto: in Sicilia, nel porto di Augusta, è stato trovato il rimorchiatore del 1972 “Mare Jonio”, è stato comprato per 360mila euro, senza contare i soldi per l’allestimento. E nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, nell’anniversario del naufragio di Lampedusa del 2013, quando ci furono 368 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, l’ex rimorchiatore trsformato in nave per la missione “Mediterranea” ha preso il largo verso le coste libiche. «Una nave di scalcagnati dei centri sociali che va a prendere tre merluzzetti», l’ha bollata il ministro dell’interno Salvini. Gli “scalcagnati” si sono fatti sentire subito, denunciando che un gommone con a bordo tra i 20 e i 40 migranti, intercettato in mare, è stato ricondotto sulle coste libiche, anziché portare le persone “in un porto sicuro come prevedrebbero invece tutte le norme giuridiche. Denunciamo, quindi, stando a tutti i dati raccolti, che queste persone sono state forzatamente ricondotte a soffrire in un paese dove troveranno solo violenza. Saranno nuovamente imprigionate, ricattate, sottoposte a condizioni inumane e poi rimesse su un gommone con grandi probabilità di colare a picco, come succede ogni giorno”.

Perché questa operazione chiamata “Mediterranea”? “Quella di Mediterranea - spiegano i promotori - è un’azione di disobbedienza morale ma di obbedienza civile. Disobbedisce al discorso pubblico nazionalista e xenofobo e al divieto, di fatto, di testimoniare quello che succede nel Mediterraneo; obbedisce, invece, alle norme costituzionali e internazionali, da quelle del mare al diritto dei diritti umani, comprese l’obbligatorietà del salvataggio di chi si trova in condizioni di pericolo e la sua conduzione in un porto sicuro se si dovessero verificare le condizioni”.
  Ultimo aggiornamento: 09:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA