Rebecca, campionessa di salto in alto, presa di mira dal controllore sul bus: «Ha chiesto il biglietto solo a me perché sono nera»

Mercoledì 16 Novembre 2022 di Emiliana Costa
Mestre. Rebecca, campionessa di salto in alto, presa di mira dal controllore sul bus: «Ha chiesto il biglietto solo a me perché sono nera»
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MESTRE - «Sono andata con mia madre a fare shopping al centro commerciale Nave de Vero a Marghera ma sulla strada del ritorno inizia l’incubo. Sul bus troviamo lo stesso autista incontrato un’ora prima, molto cortese che ci saluta. Il controllore, invece, mi guarda talmente male da farmi sentire inadeguata e in modo sprezzante chiede solo a me il biglietto. Da lì il caos». A parlare è Rebecca Pavan, 21 anni, sei volte campionessa italiana di salto in alto, membro della nazionale giovanile di atletica leggera dal 2017. Nata a Padova e residente a Malcontenta di Mira, la giovane – di origine nigeriana - è stata adottata in fasce da una famiglia veneta. E, nonostante sembri una follia, per il colore della sua pelle è stata vittima di numerosi episodi di razzismo. L’ultimo sarebbe avvenuto sul bus 85 che collega Sottomarina all’aeroporto Marco Polo. Bus in affidamento alla società privata Arriva Veneto, che gestisce in concessione i servizi extraurbani tra Chioggia e Venezia.

RAZZISMO SUL BUS

«Ho capito subito – spiega Rebecca – che quell’uomo sui 55 anni mi aveva preso di mira perché sono nera. Gli ho mostrato l’abbonamento e mi sono seduta in fondo all’autobus. Ma ero rimasta male e mia madre se n’è accorta. Così è tornata da lui ed è scoppiata la lite. Ha chiesto all’addetto perché avesse controllato solo a me e non a lei il biglietto e lui ha accampato una scusa incredibile: ha risposto che lei l’avrebbe vista spesso sul bus, mentre non aveva mai visto me. Ma mia madre ha ribattuto dicendo che non lo aveva mai incontrato in vita sua e che era un razzista». L’autobus era pieno e nessuno avrebbe speso una parola in difesa di Rebecca. «Niente di nuovo – spiega l’atleta – è raro che in questi casi qualcuno si esponga. Ma il silenzio delle persone fa ancora più male dell’offesa».

INFANZIA DIFFICILE

Purtroppo, l’episodio non è un unicum nella vita della 21enne. Fin da piccola la ragazza è stata vittima di episodi di razzismo. E questo ha fatto soffrire non solo lei, ma anche mamma Cristina Bettella, 61enne padovana addetta dell’aeroporto Marco Polo, e papà Paolo, ragioniere 62enne di Verona. «Sono cresciuta a Soave – continua – nel veronese e l’infanzia non la ricordo con piacere. I genitori di alcuni amichetti dicevano che la mia famiglia mi avesse fatto sbiancare i denti perché secondo loro era impossibile che una bambina nera li avesse così bianchi. Poi con le medie è arrivato il cyberbullismo. Una bambina che reputavo amica e un altro ragazzino hanno pubblicato su Whatsapp una mia foto con su scritto “se volete mandare via tutti i negri dall’Italia chiamate questo numero”. Mia madre si è infuriata, voleva denunciarli. Anche in quel caso la maggior parte degli altri genitori è rimasta in silenzio».

A 14 anni, Rebecca si trasferisce con la sua famiglia a Verona. «Ci siamo spostati sia per l’atletica ma anche per fuggire da un certo ambiente. Anche lì però una professoressa mi ha preso di mira per il colore della pelle e sul viale della scuola mi stava perfino venendo contro in bicicletta». Poi quattro anni fa, il trasferimento a Malcontenta di Mira per seguire il salto in alto. «La situazione è migliorata, ma sono stata ancora protagonista di episodi del genere. A settembre quando ho lavorato come hostess alla Mostra del cinema, tornando sul bus una signora ha iniziato a inveirmi contro perché nella fretta avevo dimenticato di alzare la mascherina sulla bocca e riempendomi di insulti mi ha chiamata scimmia. Anche in quel caso nessuno mi ha difesa. E non era la prima volta. Lo stesso epiteto mi era stato attribuito da alcuni ragazzi a Venezia qualche settimana prima».

IL RISCATTO

Rebecca era arrivata a considerare quasi “normali” situazioni che non dovrebbero mai avvenire. «Da piccola abbassavo la testa fingendo di non sentire. Ma è un errore, non c’è giustificazione al razzismo. Nello sport? Ogni tanto c’è ancora qualcuno che dice che non sono italiana. Ma ora mia madre mi sta insegnando a reagire. Ho imparato a rispondere, sempre con educazione. Mai scendere al loro livello».

LA POSIZIONE DELL'AZIENDA

La replica dell'azienda Arriva Italia: «Abbiamo avviato un’indagine interna. Se saranno accertate le responsabilità del nostro dipendente agiremo di conseguenza sul fronte disciplinare. Condanniamo qualsiasi forma di razzismo e discriminazione e la nostra massima solidarietà va comunque alla ragazza e a sua madre, ma ci teniamo a precisare che questo tipo di verifiche avvengono per qualsiasi reclamo o contestazione sollevata da un nostro utente».

Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 08:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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