Il Tar boccia il sindacato: «Giusto che i medici di base facciano i tamponi e vadano a visitare a casa i pazienti Covid»

Sabato 22 Gennaio 2022 di Angela Pederiva
Il Tar boccia il sindacato: «Giusto che i medici di base facciano i tamponi e vadano a visitare a casa i pazienti Covid»
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VENEZIA - È giusto che i medici di base eseguano i tamponi, dispongano la quarantena e l'isolamento, collaborino al tracciamento dei contatti e visitino a casa i pazienti Covid. L'ha deciso il Tar del Veneto, con la sentenza che ha respinto il ricorso del sindacato Snami e del suo presidente Salvatore Cauchi contro la Regione. Al netto di eventuali ribaltamenti in appello, sono dunque legittimi il protocollo d'intesa e le ordinanze che nell'autunno del 2020 avevano disciplinato il coinvolgimento dei dottori di medicina generale e dei pediatri di libera scelta nella gestione dell'emergenza.


L'OBBLIGO
Snami e Cauchi avevano impugnato l'accordo approvato il 30 ottobre 2020 in sede di Comitato regionale della medicina generale e le conseguenti ordinanze emanate dal governatore Luca Zaia il 31 ottobre e il 24 novembre. In particolare quest'ultimo provvedimento aveva precisato che costituiva «condizione per l'accesso e il mantenimento della convenzione» tra la Regione e i camici bianchi il recepimento dell'obbligo introdotto dal patto stretto a livello nazionale e poi declinato in ambito locale. Quello cioè «di utilizzare i tamponi antigenici rapidi presso i propri ambulatori», nonché «di disporre l'eventuale isolamento», così come «di adempiere al compito di contact tracing» e pure «di assistere i propri pazienti Covid al loro domicilio». In cambio di questo lavoro era stata prevista una retribuzione di 18 euro a tampone, se eseguito in studio, oppure di 12 euro, se effettuato fuori.


L'ACCUSA E LA DIFESA
Ma il sindacato aveva ritenuto che questa attività «avrebbe dovuto essere frutto di una contrattazione regionale e non avrebbe potuto essere concordata in sede di Comitato regionale», il quale avrebbe anzi «esorbitato dalle proprie competenze». Per lo Snami e il suo leader, inoltre, avrebbe costituito «un eccesso di potere in capo alla Regione» l'affidamento del compito «di disporre le quarantene - o gli isolamenti fiduciari - dei positivi», come pure «di prestare assistenza domiciliare in supporto», se non addirittura «in sostituzione», delle Usca e cioè delle Unità speciali di continuitù assistenziale attivate dalle Ulss. Di fronte a questi rilievi, la Regione si era difesa sostenendone la «genericità» e lamentando la «carenza di giurisdizione del giudice amministrativo».


IL CONFRONTO
A questo proposito, il Tar ha invece sancito la propria competenza a decidere sulla questione. Ma nel merito, tutte le argomentazioni dello Snami sono state rigettate. Innanzi tutto il Tribunale ha fatto presente che l'intesa del 30 ottobre era stata preceduta dall'incontro «fra tutte le sigle sindacali» del 7 settembre, «in un'ottica di confronto reciproco», tanto che nel corso della riunione era stata approvata la bozza dell'accordo. Hanno sottolineato i magistrati: «Sebbene i tempi per l'avversata modifica dell'accordo collettivo nazionale siano stati evidentemente molto ristretti a causa dell'urgenza imposta dalla necessità di contenere la diffusione del Sars-Covid 2019, non può ritenersi che sia stata elusa la necessità della contrattazione, né che la composizione del Comitato fosse sbilanciata». Peraltro il Tar ha ricordato che pure lo Snami successivamente «ha, a livello nazionale, di fatto aderito agli effetti dell'accordo, ponendo solo questioni economiche (...) poi superate concordando il compenso dovuto per ogni prestazione eseguita».


IL DISAGIO
Inoltre il protocollo e le ordinanze non hanno introdotto «un obbligo di assistenza domiciliare» da zero, in quanto il medico di famiglia «avrebbe comunque il dovere di assistere i pazienti in carico». Al proposito il Tar ha fatto proprio l'orientamento del Consiglio di Stato, secondo cui il professionista ha già «l'obbligo di effettuare accessi domiciliari ove richiesto e ritenuto necessario in scienza e coscienza, a prescindere dalla sussistenza in atto di una patologia infettiva». In caso contrario, «un vero e proprio divieto per i medici di medicina generale di recarsi a domicilio per assistere i propri pazienti alle prese con il virus» costituirebbe «un grave errore esegetico, suscettibile di depotenziare la risposta del sistema sanitario alla pandemia e di provocare ulteriore e intollerabile disagio ai pazienti», i quali si vedrebbero, «una volta colpiti dal virus, proiettati in una dimensione di incertezza e paura, e finanche abbandonati dal medico che li ha sempre seguiti».

 

Ultimo aggiornamento: 16:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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