Gli industriali: «Pronti a scendere in piazza per salvare il Porto»

Mercoledì 15 Gennaio 2020 di Elisio Trevisan

MESTRE - «Questo Paese vive grazie all’export» constata Vincenzo Marinese, presidente di Confindustria Venezia e Rovigo. Come a dire, perché tagliare le gambe alla sedia su cui si è seduti? «E non c’è solo la questione, gravissima, del Porto, parlo di tutte le decisioni attese a Venezia da almeno dieci anni. Lo dico al ministro delle Infrastrutture perché col ministro Delrio ci siamo inchiodati, con il suo successore Toninelli non ne parliamo. E siccome non c’è due senza tre, non vorremmo che pure con Paola De Micheli continuassimo a stare al palo. Non stiamo mettendo in discussione un anno o due di sviluppo, ma l’intero futuro, per questo non vogliamo aspettare il tre, ci muoveremo prima, anche andando in piazza».
Gli industriali veneziani guardano attoniti a un Governo che con una mano autorizza, dopo tante battaglie, la Zls potenziata (la Zona logistica semplificata con le stesse agevolazioni agli investimenti concesse alla Zona economica speciale), e con l’altra blocca il settore container del porto lagunare. «È solo il caso di ricordare che questo scalo è vitale non solo per le nostre imprese ma anche per quelle di buona parte dell’Emilia Romagna e della Lombardia, e che se non ci fosse l’export le nostre aziende italiane verserebbero in una grande crisi e il debito pubblico crescerebbe ancora di più».
Per esportare le merci sono indispensabili i mezzi di trasporto, camion, treni e, per la grandi rotte, le navi. Colpire un porto, dunque, significa colpire le imprese manifatturiere. «E la stessa Zls. Perché siamo in una posizione strategica dal punto di vista delle rotte commerciali, e se molte aziende manifatturiere vengono a investire qui è perché il porto è un asset fondamentale e perché la logistica è a portata di mano. Senza porto non ci sono questi investimenti e non ha senso nemmeno istituire la Zes. E il porto non ce l’hanno tutti, noi ce l’abbiamo e per questo offriamo occasioni».
E invece le cose vanno male, del resto non solo a Venezia. «Il frutto delle mancate decisioni è la stagnazione dell’intero Paese, una situazione quasi drammatica che vede il Pil in crescita, se andrà bene, dello 0,2%. D’altro canto se facciamo scappare le linee per i container c’è un problema di credibilità industriale, e non è che se domani mattina chiamiamo l’Ocean Alliance dicendo scusate ci eravamo sbagliati questi rientrano. E allo stesso tempo c’è un vero problema sociale perché da una parte ci dicono che credono nell’impresa ma dall’altra non mettono in atto le situazioni minime per conquistare mercati o, almeno, per conservare quelli che abbiamo».
Riempire Venezia di turisti, in definitiva, è più semplice che tenere in vita il porto e l’economia che gli sta attorno. «In effetti, dovrebbero smetterla con le ipocrisie, che dicano tranquillamente basta al porto, che lo chiudono. A patto che si prendano la responsabilità: si può benissimo dire che non è necessario fare gli scavi, che non ce ne frega niente di aver perso 50 milioni di fatturato, che di quel commercio estero ci interessa poco perché la Via della seta non è importante. Nella vita si può fare di tutto, l’importante è farlo consapevolmente, quindi dall’altra parte devono anche dire come intendono riconvertirci e se il nostro Paese e questo territorio, locomotiva del Nordest, può vivere senza export».

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