Maria Tarnowska, l'insaziabile e vorace contessa russa ribatezzata Circe

Giovedì 5 Agosto 2021
Maria Tarnowska nel ritratto di Matteo Bergamelli

“L’insaziabile e vorace contessa russa”. Così fu definita dai cronisti dell’epoca Maria Tarnowska, che i giornali ribattezzarono anche come “Circe” e “femme-vampire”, come titolò il giornale francese “Matin”. La donna fu protagonista di un “affaire” completamente russo che ebbe però uno svolgimento interamente veneziano, a cominciare dall'epilogo: il processo celebratosi nelle sale della Corte d’Assise di Rialto tra marzo e maggio del 1910 (uno dei più sensazionali di quell’inizio secolo) per l'uccisione di un suo amante, il conte Pavel Kamarovskij, perpetrata a Venezia da un giovane giornalista innamorato di lei, Nikolai Naumov, divenuto braccio inconsapevole di una trama ordita allo scopo di incassare una assicurazione. Regista dell’operazione un altro amante della Tarnowska, l’avvocato Donat Prilukov.

Il processo fu l’atto finale di una vita fatta di sregolatezza e lussuria: nel rincorrere le grazie di Maria Nikolajevna Tereskpowa O’Rurke, nata a Kiev il 2 giugno 1877 da una ricca famiglia di origine irlandese, nel tempo almeno otto uomini erano finiti uccisi o si erano suicidati, stregati dalla sua avvenenza. Una bellezza tutt’altro che ordinaria, visto che a ogni scendere di gondola per recarsi in aula, dalla folla che si assiepava al suo passaggio non mancavano mai i fiori e i bigliettini lanciati da qualche ammiratore. Gli stessi carabinieri della scorta, per evitare gli effetti degli occhi ammaliatori della bella russa, venivano sostituiti ogni giorno. Nel corso di un’udienza il presidente della Corte ordinò di sequestrare dei foglietti che la Tarnowska aveva furtivamente celato nella manica: erano i biglietti d’amore di un avvocato e di un cancelliere.

Su di lei e sulla sua fama perversa la verità iniziò a mescolarsi con la leggenda: si narrava che il suo primo marito Vassilij Tarnowski, ufficiale zarista, ne avesse violato la verginità sulla tavola imbandita di un bordello, al suono di un’orchestina tzigana. Cinque anni più, stanca dei continui tradimenti subiti, si rifece con un altro ufficiale, Alexis Bozewski, al quale Tarnowski sparò un proiettile nella nuca a tradimento.

Durante la causa di separazione conobbe l'avvocato Donat Prilukov, che per lei abbandonò moglie e figli. Fu allora che il ricchissimo Pavel Kamarowskij conobbe la giovane e si dichiarò disposto a sposarla. Sotto l’abile regia di Prilukov, il vecchio conte versò diecimila rubli in cambio della sola promessa di fidanzamento. La festa d’annuncio si tenne nell’agosto del 1907 all’Hotel Des Bains del Lido, e Kamarowskij si preparò ad accogliere la futura sposa nel suo palazzo a Santa Maria del Giglio, non dopo aver ingenuamente stipulato una polizza d’assicurazione valida anche in caso di morte violenta la cui unica beneficiaria era lei: Maria Tarnowska.

La trappola era in realtà più sofisticata: la donna – con l'aiuto di Prilukov – aveva infatti già circuito un giovane cronista, Nikolai Naumov, totalmente irretito, convincendolo che il matrimonio era un obbligo sordido, e mostrandogli un finto messaggio nel quale il conte la definiva “sgualdrina”, e Naumov stesso “traditore”. Ricevuto nel palazzo veneziano la mattina del 4 settembre 1908, il giovane sparò quattro colpi di pistola al conte che morì quattro giorni dopo implorando inutilmente la presenza di Maria. Lei nel frattempo era partita per Vienna, allo scopo di crearsi un alibi. Ma l'intrigo non tardò a emergere.

Il giudice stabilì dieci anni di carcere per Prilukov, otto e mezzo per la contessa e due e mezzo per Naumov, dichiarato infermo di mente. Quest'ultimo morì di tubercolosi un paio d’anni dopo essere uscito dal carcere; Prilukov, che in galera tentò il suicidio, dopo aver espiato la pena sparì nel nulla. Liberata nel 1915 per buona condotta, Maria Tarnowska si stabilì a Parigi coi figli avuti dal suo primo e unico matrimonio, e emigrò in Argentina dopo aver convolato a nozze con un ufficiale americano. Morì in povertà, a Santa Fè, il 23 gennaio 1949. Aveva settantun anni. Su di lei e sulla sua vicenda ha scritto Claudio Dell'Orso in “Nero Veneziano”; Luchino Visconti (con Michelangelo Antonioni, Guido Piovene e Antonio Pietrangeli) cercò di realizzare un film, ma non vi riuscì mai.


 

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