​Marco Bragadin “Mamugnà”, alchimista, avventuriero e impostore

Lunedì 11 Novembre 2019 di Alberto Toso Fei
Illustrazione di Matteo Bergamelli
Davanti agli occhi del suo pubblico – sempre molto altolocato e ben selezionato – armeggiava con tegami nei quali far bollire il mercurio, e con l'ausilio di una pasta che chiamava “medicina” e che affermava contenere l'anima dell'oro, otteneva il più nobile dei metalli direttamente da quelli più spregevoli. Che lui stesso poi traesse per primo vantaggio da quest'arte, che lui stesso definiva “una grazia particolare del cielo”, era più che evidente: si muoveva con uno sciame di servi e due compagnie di armigeri; amava la vita sontuosa e non esitava a offrire a principi e duchi banchetti principeschi; amava il gioco, era un ottimo conoscitore e grande estimatore di cavalli e cani di razza.

A Marco Bragadin, perché così si faceva chiamare, papi, nobili e perfino la Serenissima dettero molto credito, anche monetario, immaginando di veder decuplicare i capitali investiti su di lui. Ma lui, abile manipolatore di sostanze e dell'animo umano, sapeva benissimo che ciò non sarebbe mai avvenuto, perché aveva architettato una incredibile montatura che funzionò finché fu in grado di spostarsi da un luogo all'altro. E quando fu scoperto finì maluccio, perché non potendo restituire i soldi gli presero il suo bene più prezioso: la vita.

Lui, nato a Cipro attorno al 1545 da una famiglia di origine greca, di cognome faceva in realtà Mamugnà, e prese il cognome di Bragadin probabilmente in omaggio all'eroe veneziano Marcantonio, come si usava al tempo. Poco prima della completa caduta dell'isola nelle mani dei Turchi, nel 1570, emigrò a Venezia. Nel 1574 fu sicuramente in stretti rapporti con l'alchimista e chiromante Girolamo Scotto (che era anche prestigiatore), dal quale apprese probabilmente i rudimenti della sua futura attività. Quello stesso anno lasciò Venezia senza aver saldato un numero imprecisato di debiti, per riapparire due anni più tardi a Firenze ottenendo i favori di Bianca Cappello, non ancora Granduchessa ma già pienamente nelle grazie del granduca Francesco.

Fuggito anche da Firenze, oppresso dai creditori, iniziò a spillare quattrini a Roma nientemeno che a papa Gregorio XIII, non dopo essersi fatto frate cappuccino. Ma anche lì i suoi raggiri non lo condussero lontano: nel 1585 Bragadin “Mamugnà” fuggì in Francia, dove si spacciò per fratello della sultana Cecilia Baffo e imbrogliò molta gente, quindi in Inghilterra e nelle Fiandre. Rientrò in Italia nel 1588 e si stabilì sul lago d'Iseo giusto il tempo di sfuggire all'arresto – saltando da una finestra – agli uomini dell'Inquisizione che lo volevano processare come ex religioso.

Fu in questo periodo, l'ultimo della sua vita di eterna fuga e rincorsa, che fece credere di essere capace di fabbricare l'oro, suscitando l'interesse del duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga ma anche di Giacomo Alvise Corner e del capitano generale veneziano Marcantonio Martinengo, che lo protesse e lo introdusse presso il governo della Repubblica di Venezia. Le prove portate ai signori della Serenissima furono convincenti: il 26 novembre 1589, ottenuto un salvacondotto, Mamugnà fece il suo ingresso a Venezia dove gli fu messo a disposizione palazzo Dandolo alla Giudecca, fornito di un buon numero di servi. Promise di lavorare per la Repubblica e di volerla arricchire in una misura mai vista. Per provare i suoi intenti depositò alla Zecca la sua polvere e una copia della sua ricetta segreta, che furono chiuse in una cassaforte.

Una prima analisi dell'oro prodotto davanti agli occhi di alcuni patrizi veneziani diede esito positivo, così come una nuova prova eseguita la sera dell'Epifania del 1590, alla presenza del doge Pasquale Cicogna. La Repubblica iniziò a pensare di aver trovato le risorse necessarie per debellare i turchi: “[...] Ecco che a pro della sua greggia afflitta / a noi manda el Pastor eterno e pio / l'huom per cui si vedrà giusta 'l desio / l'immonda belva oriental trafitta”, recitò una delle rime che circolarono in quei giorni. La cosa più probabile è che Bragadin lasciasse cadere della polvere d'oro nel paiolo da una fiala che teneva occultata in una manica. Di lì a poco iniziò a tergiversare, spiegando che per fare molto oro occorrevano due operazioni, ciascuna delle quali richiedeva quarantacinque mesi.

I favori della folla iniziarono a scemare, le satire si fecero pungenti. Durante il carnevale alcuni giovani nobili, muniti di alambicchi, soffietti e altri arnesi del gabinetto alchimistico, girarono per la città offrendo un soldo per tre lire. Mamugnà non trovò di meglio che riparare discretamente nella villa di terraferma degli amici Corner per poi fuggire fingendo di allontanarsi per una semplice cavalcata. Ricomparve poche settimane più tardi (era la fine del 1590) a Landshut presso il duca Guglielmo V di Baviera che aveva da tempo mostrato interesse per lui. Si fece raggiungere in Germania dalla sua amante Laura Canova e da qualche parente, dal segretario, il maggiordomo, il cuoco, gli sguatteri il cantiniere, il maestro di stalla, alcuni domestici e perfino i gondolieri che lo accompagnavano a Venezia. Ovviamente a spese del duca.

Ma non poteva durare ancora a lungo. Fu arrestato e condannato a morte. Il duca di Baviera gli commutò per grazia la pena della forca nella decapitazione. Non fu comunque un grande affare: il 25 aprile 1591 Marco Bragadin “Mamugnà” fu decapitato con la spada nel mercato del vino (oggi Marienplatz) a Monaco, sopra a un patibolo rosso dal quale pendevano corde di falso oro. Il boia sbagliò però il colpo e invece che staccargli di netto la testa gli tagliò la sommità del cranio, spargendo pezzi di cervello ovunque. Non è noto dove fu seppellito.
Ultimo aggiornamento: 12:38 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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