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Mala del Brenta, niente libertà per l'ex boss Boatto: «Non si è davvero pentito»

Sabato 2 Luglio 2022 di Angela Pederiva
Il carcere di Venezia e l'ex boss Gilberto Boatto.

VENEZIA - Gilberto “ Lolli” Boatto ha 80 anni, è malato e non ha più un soldo, ma non può essere un uomo libero. L’ha deciso la Cassazione, rigettando il ricorso dell’ex braccio destro di Felice Maniero, destinatario dell’ergastolo per tre omicidi (e poi accusato di voler ricostituire la Mala del Brenta), attualmente in detenzione domiciliare a causa dei problemi di salute. Con una sentenza depositata giovedì, la Suprema Corte ha rimarcato che la legge «non permette scorciatoie né presunzioni: la liberazione condizionale, per gli effetti importanti sull’esecuzione, è possibile solo se il condannato abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere «sicuro il suo ravvedimento», il che secondo i giudici non è avvenuto.

I reati 

Già il Tribunale di Sorveglianza di Venezia, infatti, lo scorso 14 settembre aveva respinto l’istanza avanzata dallo storico componente dell’organizzazione criminale, ritenuto colpevole della morte dei fratelli Maurizio e Massimo Rizzi e di Franco Padovan. Nei suoi riguardi era stata riconosciuta la “collaborazione impossibile”: dopo l’iniziale atteggiamento omertoso, l’ex capo della “banda dei mestrini” avrebbe detto tutto quello che sapeva. Inoltre era stato dato atto della sua incapacità di adempiere alle obbligazioni civili derivanti dai reati commessi, a causa delle precarie condizioni economiche. Tuttavia gli era stato contestato il fatto di non aver attuato alcuna condotta riparativa del danno, tanto che «mancava del tutto una attestazione di vicinanza, quanto meno morale, alle vittime della consorteria mafiosa di cui aveva fatto parte, nonostante lo stesso si trovasse in una posizione apicale» e «non vi era stato alcun risarcimento e nemmeno qualche forma di riparazione». Come viene riassunto nella sentenza, inoltre, «alcuni episodi, anche recenti, lasciavano margini di dubbio sull’effettiva introiezione da parte del detenuto dell’esigenza di rispettare regole e prescrizioni imposte dalla sua condizione». Di qui il convincimento dei magistrati: «Le ombre presenti impedivano di ritenere certo un effettivo e irreversibile cambiamento dell’interessato, espresso tramite la condanna totale del proprio passato criminoso e il profondo e sincero pentimento».

La valutazione

Assistito dall’avvocato Evita Della Riccia, Boatto chiedeva alla Cassazione di rivedere questa valutazione, tenendo anche conto che «il triplice omicidio rientrava in una logica di guerra tra due gruppi criminali, cosicché l’attività riparativa nei confronti delle vittime dei reati si poneva in maniera differente». Ma per la Suprema Corte, questa è «una giustificazione per la mancanza di attività riparative nei confronti dei familiari delle vittime degli omicidi palesemente inaccettabile, se non addirittura “intrisa” della logica che aveva portato a commetterli».

Ultimo aggiornamento: 3 Luglio, 10:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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