Medico e diplomatico, il dottor Pilarino pioniere della vaccinazione contro il vaiolo

Illustrazione di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

Mentre si trovava a Smirne come console veneziano, fece tesoro delle conoscenze mediche locali, volte a immunizzare il più possibile le persone dal vaiolo contagiandole in forma controllata col pus di un malato affetto dalla forma lieve della malattia. Jacopo Pilarino fu il primo a utilizzare la variolizzazione nella sua pratica medica e la divulgò nei suoi libri comunicandola anche alla Royal Society of Medicine di Londra nel 1715. Se il primo vaccino efficace mai sviluppato contro il vaiolo fu infatti introdotto dall'inglese Edward Jenner nel 1798, va sottolineato che la prima inoculazione sperimentale del preparato avvenne per mano di Pilarino a Costantinopoli nel 1701 (“inoculazione” fu peraltro un termine coniato dal suo allievo Emanuele Timoni, greco-veneziano come lui), e che furono proprio gli studi dei due medici della Serenissima ad aprire la strada alle ricerche successive, e alla salvezza di milioni di persone. Il vaiolo fu infatti un vero flagello, nel corso dei secoli: nel corso del Settecento la mortalità si aggirava attorno ai quattrocentomila casi all'anno (e più in generale tra il 10 e il 20 per cento della popolazione europea di allora), senza contare le gravi complicazioni di cui soffrivano i sopravvissuti, che in primo luogo avrebbero portato per tutta la vita cicatrici sfiguranti al volto. Tra i bambini colpiti, otto su dieci – nel migliore dei casi – erano condannati a morire.

Nato a Lixouri, sull'isola di Cefalonia (all'epoca appartenente alla Repubblica di Venezia) il 9 gennaio 1659, Jacopo Pilarino (conosciuto anche come Jacobos Pylarinos, così come si firmava nelle missive che scriveva in gran parte in latino) si laureò in giurisprudenza a Padova dedicandosi poi allo studio della medicina a Venezia e perfezionandosi in vari paesi d'Europa e dell'Asia. Divenne così bravo che finì per diventare il medico di Francesco Morosini dal 1688 alla morte del doge, avvenuta nel 1694, non dopo essere stato il dottore di fiducia di Ismaele Agà a Candia e del principe Cantacuzeno in Valacchia. Ma anche di Pietro il Grande, nell'ultimo scorcio del Seicento, per finire poi a vivere a Costantinopoli e a Smirne dove ricoprì la carica di console veneziano presso l'Impero Ottomano. Fu qui che venne a conoscenza della pratica popolare della variolizzazione, studiandola e condividendola col suo discepolo Emanuele Timoni, nativo proprio di Costantinopoli, che aveva studiato medicina a Oxford e Padova. Sebbene tale pratica fosse diffusa in Cina già nel Cinquecento, e conosciuta in Persia e Turchia, non era mai stata teorizzata e sperimentata scientificamente. Pilarino e Timoni comunicarono gli esiti dell'inoculazione alla Royal Society, e Timoni stesso praticò la vaccinazione al figlio di sei anni dell'ambasciatore britannico a Costantinopoli su richiesta dell'ambasciatrice, Mary Wortley Montagu. Fu Lady Wortley a introdurre la tecnica in Gran Bretagna durante una feroce epidemia di vaiolo, inducendo nel 1721 l'intera famiglia reale britannica a vaccinarsi (non dopo aver provato il preparato su alcuni prigionieri “volontari”, indotti alla sperimentazione con la promessa della libertà), e contribuendo così a una rapida diffusione della tecnica. Edward Jenner sviluppò il primo vaccino efficace sul finire di quel secolo, mentre quasi cent'anni dopo Louis Pasteur propose di utilizzare il termine “vaccino” e “vaccinazione” per tutti i tipi di immunizzazione dalle malattie virali, in onore del lavoro dell'inglese che aveva indicato la malattia come variolae vaccinae (cioè vaiolo della mucca), sovrapponendolo di fatto alla parola “inoculazione” – inventata da Timoni – in uso fino a quel momento. Era il 1881. Jacopo Pilarino era morto più di un secolo e mezzo prima. Tornato definitivamente in patria nel 1715, ammalato di una grave insufficienza cardiaca, si stabilì a Padova dove pubblicò alcuni volumi sulle sue scoperte, redasse una comunicazione per la società inglese e morì, il 18 giugno 1718. Se oggi il vaiolo è definitivamente debellato lo si deve anche all'intuizione, allo studio e alla pratica di questo medico veneziano, che ebbe la capacità di vedere – per primo – più lontano degli altri.
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Lunedì 22 Luglio 2019, 14:51






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