Giustina, memoria storica in difesa della Serenissima

Illustrazione di Bergamelli

di Alberto Toso Fei

Non fu una dogaressa, ma i veneziani la considerarono tale. Anzi, una dogarina, la “dosetta”. Fu davvero curiosa la parabola di Giustina Renier Michiel, che attraversò l'ultima fase della Repubblica da protagonista e nel corso del primo Ottocento fu strenua e coraggiosa paladina della venezianità. Nata il 15 ottobre 1755 da Andrea Renier e Cecilia Manin, appartenne a una importante famiglia del patriziato veneziano: gli ultimi due dogi, Paolo Renier e Ludovico Manin erano, rispettivamente, il nonno paterno e lo zio materno.

Ma fu col primo dei due che la Renier Michiel, venticinquenne, si guadagnò il nomignolo quando si trovò a sostituire nelle occasioni ufficiali l'impresentabile seconda moglie del nonno, Margarita Dalmaz (di trentacique anni più giovane, sposata a Costantinopoli e con un passato da danzatrice e funanbola), che era troppo perfino per la rilassatissima società veneziana di fine Settecento. Il suo fu tutt’altro che un compito di facciata: nel 1782, per esempio, quando a Venezia scesero in incognito il granduca di Mosca Paolo Petrowitz – il figlio di Caterina di Russia – con la moglie Maria Teodorowna, a lei spettò il compito di accompagnare la futura zarina in giro per la città (va pure aggiunto che era un incognito alla veneziana: tutti sapevano chi si celava dietro l’anonima dicitura di “Conti del Nord”).

Donna di vastissima cultura e di grandissimo spirito, fu posta dal destino – e dalla sua ferrea volontà – a divenire la memoria storica della Serenissima dopo la caduta, e fu la più fiera difenditrice della Repubblica e delle sue istituzioni contro ogni forma di falsità e calunnia postume: “Prima di tutto sono Venezianissima”, scriveva in una lettera del 1808. A partire dal 1817 iniziò a far pubblicare in italiano e francese i primi fascicoli de “L’origine delle feste veneziane”, la sua opera più significativa, redatta in un ventennio di ricerche a partire dalla sua esperienza personale.

Nel corso della sua formazione trascorse un tempo significativo a Roma, a Palazzo Venezia, dove il padre fu inviato come ambasciatore, e negli anni della maturità diede vita a un celebre salotto letterario frequentato, fra gli altri, da Ugo Foscolo, Antonio Canova, Madame de Staël, Lord Byron e Daniele Manin. Conosceva bene il francese e per affinare il suo inglese fu la prima traduttrice in Italia di alcune opere di Shakespeare: l’Otello, il Macbeth e il Coriolano. Dopo aver assistito alla spoliazione di Venezia da parte dell’esercito francese (il marito, Marcantonio Michiel – dal quale aveva avuto tre figlie – fu uno dei venti patrizi che il 13 maggio 1797 in Maggior Consiglio votarono contro la resa alla Francia, e in seguito fu tra i pochi che non accettarono il titolo di conte dell’impero austriaco), maturò un sentimento anti-francese che la portò a battibeccare nientemeno che con Napoleone Bonaparte.

“In che siete famosa, signora?”, le chiese l’imperatore pubblicamente, incontrandola in piazza San Marco, nel 1807. “Nell’amicizia”, rispose lei, ovviamente in francese, senza aggiungere null’altro. Napoleone incalzò: “E che cosa avete scritto?”. “Ho tradotto alcune tragedie”. “Racine, immagino”. “Pardon, Maestà, ho tradotto dall’inglese”. L’allusione ai suoi sentimenti verso Napoleone fu evidente, e Bonaparte si allontanò stizzito senza salutarla. Ma il dialogo, avvenuto davanti a tutti, fece il giro della città, rafforzandone l’immagine di donna coraggiosa e indomita, che non aveva timore di esprimere i propri sentimenti e le proprie idee.

Avvenne anche con Chateaubriand, che nello stesso anno scrisse un feroce articolo nel quale affermava essere Venezia una città contro natura. La Renier Michiel gli rispose con una lettera aperta: “No, signore, non è contro, ma sopra la natura che Venezia si innalza. […] è una città magnifica, che sembra riposare all’àncora da tanti secoli. Venezia è opera nostra, ogni strada è un trofeo del nostro ardire, e ad ogni passo noi calchiamo un monumento delle pacifiche nostre conquiste, perché ogni fondatore trovò il suolo della città, noi lo creammo!”. Va pure detto che Chateaubriand in seguito cambiò diametralmente idea, e scrisse una lunga lettera dal contenuto opposto a quello dell’articolo. Tornò a Venezia nel 1833 e chiese subito di poterla incontrare per esprimerle il suo dispiacere per quanto era accaduto tanti anni prima. Ma Giustina – che era nata veneziana, aveva visto la doppia dominazione francese ed era divenuta suddita dell’impero asburgico – non lo poté ricevere: era morta nel suo appartamento nelle Procuratie Vecchie alcuni mesi prima, il 6 aprile 1832.
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Lunedì 22 Gennaio 2018, 14:36






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