Morsanuto, accuse pesanti al capo dei commercianti: «Sotto ricatto per i voti»

Giovedì 16 Settembre 2021 di Nicola Munaro e Marco Corazza
Giuseppe Morsanuto
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VENEZIA - Sono arrivati all'alba, a casa sua. Hanno piazzato le auto davanti all'abitazione di via Pineda e, dopo una perquisizione, lo hanno arrestato. Giuseppe Morsanuto, 54 anni commerciante, è il volto noto della retata anticamorra ordinata dalla Dia di Trieste. Morsanuto è presidente dell'Ascom di Bibione, titolare del ristorante Al Ponte, conosciutissimo anche per i suoi trascorsi in politica: nel 2008 è stato vicesindaco di San Michele al Tagliamento, di cui Bibione è frazione. Berlusconiano da sempre, nel 2016 è diventato il coordinatore locale di Forza Italia. Alla carriera politica e nell'associazione commercianti, ha affiancato l'attività imprenditoriale. Oltre al ristorante, con la famiglia gestisce due pizzerie da asporto in centro ed è agente assicurativo. Lo scorso febbraio era stato contagiato dal Covid ed era stato ricoverato nello speciale reparto dell'ospedale di Jesolo, uscendo dal virus solo dopo due mesi.

LE ACCUSE

Un personaggio in vista, insomma, sul quale pendono accuse pesanti. E cosa avesse a che fare Morsanuto con il gruppo, lo dice il giudice per le indagini preliminari quando, nell'ordinanza, ricostruisce i vari ruoli. Quello di Morsanuto era di appoggio, «esponente di spicco in loco di Confcommercio, referente quest'ultimo che tengono in pugno anche grazie al ricatto di non garantirgli i voti per la rielezione alla presidenza della delegazione della Confcommercio di zona, in caso di inottemperanza alle loro direttive». Insomma, o li avrebbe aiutati o non avrebbe avuto i voti per sedersi di nuovo sulla poltrona che stava occupando. Indossato quell'abito, Morsanuto partecipa in maniera attiva, tanto che per lui si aprono le porte del carcere. Due gli episodi citati nell'ordinanza che descrivono il ruolo del rappresentante di Confcommercio. Tra luglio e agosto 2020, assieme a Pietro D'Antonio, Morsanuto faceva visita al locale di Stefania Dolci, il Metrobar di Bibione. D'Antonio si era presentato come rappresentante del gruppo di ambulanti di Bibione di origine campana «pretendendo di imporre la partecipazione anche di quelli esclusi (per morosità o per mancato pagamento delle quote dovute), dichiarando, tra l'altro: questa gente non deve venire a comandare in casa nostra». A quel punto era entrato in scena lo stesso presidente dell'assocommercianti che, si legge dalle carte del gip, «a sua volta rincarava la dose affermando: non posso tollerare la presenza di commercianti esterni a quelli di Bibione» come a sostenere la posizione espressa poco prima. Poi, a rifiuto ufficializzato da parte della vicepresidente di cedere alle pressioni del gruppo, «Morsanuto consiglia Pietro D'Antonio di parcheggiare i mezzi e di allontanarsi a piedi in quanto diversamente la polizia locale li avrebbe costretti a spostarli se avesse visto i conducenti e invita il suo interlocutore (Pietro D'Antonio. ndr) a rivolgersi agli ambulanti guardandoli bene in faccia facendo loro intendere le conseguenze in caso di apertura e precisando una minaccia velata non fisica», si legge nelle carte dell'inchiesta. Ma a Morsanuto è contestata la partecipazione a cinque dei sette capi d'accusa firmati dalla procura antimafia di Trieste.

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