Giobatta Giustinian, deputato e senatore, primo sindaco di Venezia dall'unificazione con l'Italia

Giobatta Giustinian nell'illustrazione di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

Lottò con tutto se stesso per liberare Venezia dall'Austria-Ungheria, vedendosi confiscare ogni suo avere e finendo in esilio; ma riuscì a vivere abbastanza per assistere all'ingresso dell'antico Stato veneziano nella neonata Italia, e nel 1866 divenne il primo sindaco di una Venezia diventata italiana, riuscendo a farsi rieleggere una decina d'anni più tardi. Eppure Giambattista Giustinian, se lo avesse voluto, avrebbe potuto limitarsi a gestire il cospicuo patrimonio di famiglia, garantendosi una vita agiata e priva di problemi.

Nato il giorno di Natale del 1816, sebbene la Serenissima fosse oramai un ricordo vecchio di vent'anni, apparteneva a una delle casate più antiche, ascritta al patriziato fra le cosiddette famiglie “evangeliche”, che aveva dato anche un doge alla Repubblica. Sposò Elisabetta Michiel, anch'essa di antica origine nobiliare, che gli fu sempre accanto e lo sostenne – indomita – anche nei momenti e nelle scelte più difficili.

Insofferente alla dominazione austriaca, partecipò ai moti del 1848 e divenne membro dell'Assemblea legislativa della Repubblica di San Marco e maggiore della Guardia Civica di Venezia, scegliendo l'esilio a Torino al termine dell'insurrezione. Trascorsero così anni sempre più difficili, tanto per gli esuli quanto per chi continuò a vivere nei territori dell'ex Serenissima: in particolare il periodo che intercorse tra la nascita del Regno d'Italia e la terza guerra d'indipendenza fu il più duro; il risentimento austriaco aveva provocato un ulteriore inasprimento della repressione; migliaia di patrioti – anche fra i più attivi – avevano abbandonato clandestinamente lo Stato austro-ungarico, come Erminia Fuà Fusinato assieme al marito Arnaldo (che nel frattempo aveva scontato due anni di carcere) e appunto Giobatta Giustinian e la moglie.

Non fu una scelta facile: l'emigrazione senza autorizzazione era un reato che prevedeva l'esilio e il sequestro dei beni. Nel caso dei Giustinian significò passare da una vita dotata di ogni conforto a una di ristrettezze. Perfino Napoleone III aveva tentato di intercedere: il feldmaresciallo Metternich si aspettava una lettera di supplica. Giobatta Giustinian chiese consiglio alla moglie; la risposta di Elisabetta fu esemplare: “Lo chiedi per me o per te? Per te soltanto, perché io ho imparato da te ad amare la patria, senza che il sacrificio possa mai diventare ostacolo alle nostre convinzioni”.

Così, in luogo di una supplica, indirizzò a Metternich poche righe entrate nel libro della storia: “Il conte Giustinian non domanda, né riceverà mai atti di grazia dall'imperatore d'Austria”. Intorno a lui si organizzò il Comitato Nazionale di Liberazione, dal quale dipese il Comitato Centrale di Venezia; nel resto d'Italia il sostegno alla causa veneziana crebbe anche grazie a molte donne, come Felicita Bevilacqua La Masa e Teresa Cibele. Nel 1860 fu eletto al parlamento come rappresentante degli esuli veneti. Quattro anni più tardi – candidato dalla destra bresciana – vinse al ballottaggio contro Giuseppe Garibaldi, avversario d'espressione della sinistra filomazziniana.

All'indomani della terza guerra d'indipendenza e del plebiscito del Veneto del 1866 che sancì l'annessione delle province venete al Regno d'Italia, poté fare ritorno nelle sue terre d'origine e il 5 novembre di quell'anno fu assunto alla dignità di Senatore. Ricoprì per due volte la carica di sindaco di Venezia: tra il 1866 e il 1868 – primo sindaco del nuovo corso “italiano” attraverso la successione a Pierluigi Bembo, podestà tra il 1860 e il 1866 – e tra il 1877 e il 1878.

Tornato pienamente in possesso dei suoi beni Giobatta Giustinian fu capace di amministrarli bene, restituendo benessere anche al territorio circostante: nel 1870 avviò a sue spese l'opera di prosciugamento e bonifica dei territori paludosi del Basso Piave. La bonifica privata, chiamata “La Guizza”, comprese 150 ettari nel comune di San Donà di Piave. Una lapide su un edificio della tenuta di famiglia ricorda ancora oggi tale opera: “Capitale, intelligenza, fermezza di propositi / crearono questa opera di redenzione agricola / primo nobile, utile esempio in questi luoghi / di prosciugamento meccanico a vapore”. Morì il primo aprile 1888.




 
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Lunedì 10 Settembre 2018, 14:38






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