Francesco Erizzo, il 98.mo doge: il suo cuore conservato nell'altare maggiore di San Marco

Lunedì 11 Ottobre 2021 di Alberto Toso Fei
Francesco Erizzo visto da Matteo Bergamelli
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In mezzo a tanti cadaveri più o meno illustri, nelle chiese di Venezia si può trovare sepolto anche un cuore. Il cuore di un doge, ovviamente. E non di un doge qualsiasi: Francesco Erizzo, eletto alla fine del 1631, mentre Venezia usciva dalla grande peste che portò alla costruzione della grande chiesa votiva della Salute (fu lui a incaricare Baldassare Longhena, dal momento che il suo predecessore, Nicolò Contarini, non fece in tempo). A lui è dedicata una delle sale dell’appartamento dogale, che mostra il suo stemma sulla cappa monumentale di un caminetto.

Il suo dogado, che avvenne in un periodo di rinascita e slancio – malgrado nel Seicento non fece altro che acuirsi la lunga decadenza dello Stato veneziano, destinata a culminare con la disfatta di centocinquant’anni più tardi – fu segnato da alcuni conflitti, prima con lo Stato Pontificio, in alleanza con Modena e Firenze a sostegno del duca di Parma. Ma sarà verso la fine del suo mandato, nel 1644, che avrà inizio il lunghissimo assedio di Candia da parte dei Turchi, destinato dopo venticinque anni (l’isola cadde in mano ottomana il 6 settembre 1669) a togliere per sempre alla Serenissima un prezioso baluardo nel centro del Mediterraneo, che i veneziani possedevano dal 1204. Ma Francesco Erizzo non vide mai la capitolazione.

Secondogenito di 4 figli maschi di Benedetto e Marina Contarini, nacque nella parrocchia di San Martino di Castello il 18 febbraio 1566. In quel momento la sua famiglia (la cui casata era di antica origine istriana ed era stata ascritta al patriziato fin dai tempi della Serrata del Maggior Consiglio, nel 1297) non era particolarmente ricca né, nonostante l'antica nobiltà, troppo prestigiosa; solo con lui riuscì a raggiungere le massime cariche della Repubblica.

Eppure il nome degli Erizzo (Èrizzo nella pronuncia, secondo alcune cronache) era già entrato da tempo nella leggenda: almeno dal 1469, quando Paolo Erizzo, podestà nel Negroponte, si arrese ai turchi dopo un lungo assedio chiedendo di aver salva la vita delle sue genti e la propria testa. Per ordine di Maometto II, invece, fu preso e segato vivo a metà. In questa maniera, spiega una cronaca, «i turchi […] pretesero d’haver promesso di perdonare alla testa, ma non al busto». Secondo la leggenda dopo la morte del padre, Anna, la bellissima figlia dell’Erizzo (che secondo una scrupolosa ricerca dello storico Giuseppe Gullino non è mai esistita), fu condotta davanti al carnefice del genitore, e resistette con tanto disprezzo ai tentativi del sovrano turco di averla per sé che questi, irato, la trucidò con le proprie mani.

Ma torniamo a Francesco, che si formò all'Università di Padova frequentando corsi di filosofia e retorica (senza mai laurearsi ma potenziando delle già notevoli doti di oratore) prima di dedicarsi alla politica: a 24 anni, nell'aprile del 1590, inaugurò la lunga serie di incarichi pubblici divenendo Savio agli Ordini per un semestre. Ne nacque una carriera saggiamente equilibrata (in un momento storico di forti attriti) che lo portò in Dalmazia, a Salò e in Friuli, oltre a ricoprire più volte l'incarico di Savio di Terraferma. L'elezione – avvenuta il 10 aprile 1631 al primo scrutinio, con ben 40 voti su 41 – lo colse mentre si trovava a Vicenza per seguire la costruzione di nuove fortificazioni.

Un dogado relativamente tranquillo, il suo, fino all'inizio dell'assedio turco di Candia. Il 7 dicembre 1645 il Senato offrì al doge il comando delle operazioni militari, con la nomina di Capitano Generale per Candia. Erizzo accettò di buon grado, ma poi (aveva 78 anni) non resse alla tensione dei preparativi: morì il 3 gennaio dell’anno successivo e fu sepolto nella chiesa di San Martino di Castello. Fino all’ultimo provò un tale amore e un tale attaccamento alla Repubblica che gli fu esaudito il desiderio che decise di inserire nel suo testamento: «[...] il cuore alla Patria e che sia sotterrato in alcun angolo dell’altar maggiore della chiesa ducale di San Marco...».

Ancora oggi, sotto al pavimento dell’altare maggiore di San Marco si trova una piccola urna elegante che ne contiene il cuore. A contrassegnare il luogo esatto, una piastra di marmo reca al centro un cuore di porfido, che a sua volta contiene un piccolo corno dogale sovrastante un piccolo porcospino: il simbolo degli Erizzo.

Ultimo aggiornamento: 17:39 © RIPRODUZIONE RISERVATA