Farmacisti da 200 anni, la storia della famiglia Pizzini

Lunedì 12 Aprile 2021 di Edoardo Pittalis
La famiglia Pizzini

MARGHERA - Da 200 anni i Pizzini fanno i farmacisti. Generazioni di Luigi e Cesare si sono alternate dietro il bancone degli speziali tra vasetti e mortai. Più di un secolo fa i Pizzini sono scesi dalle montagne del Tirolo fino alla pianura veneziana, era appena terminata la Grande Guerra e loro si erano sempre sentiti italiani, anche se tutti laureati a Vienna come sudditi di Francesco Giuseppe. Un lungo viaggio senza ritorno dalla Val Pusteria alla Laguna. Oggi i pronipoti lavorano a Marghera dove da decenni accompagnano la storia della zona industriale più grande del Veneto, dagli anni rivoluzionari del miracolo economico a quelli della pandemia.
«Noi ci salviamo solo se vacciniamo tutti. Prima si vaccinano e prima si riparte. I farmacisti sono pronti a svolgere il loro compito. Perché possano farlo basta modificare un Regio Decreto del 1934! Le farmacie possono e devono diventare centri di vaccino, all'estero lo sono già. In Italia ci sono poco meno di 20 mila farmacie, anche se in ognuna si facessero solo 50 vaccinazioni al giorno, si tratterebbe di 1 milione di persone, in un mese almeno 25 milioni di italiani vaccinati!».


Luigi Pizzini, 71 anni, nato a Torre di Mosto, ne è convinto: «Noi ogni giorno nelle nostre farmacie vediamo 600 persone, per vaccinarsi la gente verrebbe a frotte».
A Marghera i Pizzini hanno tre farmacie e sono quattro farmacisti in famiglia, lui, la moglie, i due figli: Elena, 32 anni, e Massimiliano, 26. Hanno anche un'azienda a Torre di Mosto, la Studio 3 Farma: preparano prodotti (sciroppi, bustine, capsule, compresse), «perché la nostra vocazione è sempre stata di farmacisti preparatori». Lavorano in collaborazione con alcune università. Tra azienda e farmacie la Pizzini fattura 5 milioni di euro l'anno e ha una trentina di dipendenti.


Come si cresce sapendo che hanno già scelto il mestiere per te?
«Sono nato per caso a Torre di Mosto, sono quasi nato in macchina. Ma a pensarci bene, era un destino: lì c'era la farmacia della nonna. Forse ho sempre saputo che sarei diventato farmacista, ho visto camici bianchi e medicinali da bambino. Nelle campagne la farmacia era un punto di incontro per ogni cosa, si preparavano i composti, mi ricordo che il medico prescriveva le sanguisughe per il salasso. Veniamo da Brunico, il bisnonno, cavaliere Giovanni, aveva messo in piedi il servizio postale per l'Italia. Nonno subito dopo la guerra aveva incominciato come chimico nello Zuccherificio di Bottrighe, poi quando a Torre di Mosto cercavano un farmacista si è presentato. Si è innamorato della sorella del sindaco, Marcella, maestra. Parlava bene il tedesco e questo è stato utile durante la Seconda guerra mondiale durante l'occupazione nazista, anche se poi andava a recuperare i lanci degli aerei alleati per i partigiani della zona. Il mio mestiere lo devo soprattutto a nonno Cesare: da piccolo non lo facevo dormire, così disperato mi portava con sé in farmacia; io andavo tra le scatole e in quello che per me era un gioco ho capito cosa avrei fatto da grande. Mi è rimasta anche la passione per le antiche farmacie, in un deposito ne abbiamo conservate alcune perfette, abbiamo un patrimonio di vasi storici che la Bayer vorrebbe comprare».


Quando siete diventati i farmacisti di Marghera e della zona industriale?
«Il nonno agli inizi degli Anni 50 viene a Mestre
per un concorso e vince la condotta di Santa Maria di Sala, poi si sposta a Marghera. Lui andava a domicilio per chi ne aveva bisogno, faceva iniezioni gratis ai malati ogni mattina, dopo la messa, la gente gli voleva bene. Ancora oggi facciamo consegne a domicilio, una trentina al giorno, è anche un servizio di supporto psicologico per tutte le persone in quarantena. Siamo a Marghera dagli anni del boom economico, c'era un fermento inimmaginabile e una vivacità che in parte si è persa. Sono stato in collegio a Treviso, al Pio X, quando tornavo per le vacanze con mio nonno la mattina presto, da dietro la vetrina, guardavamo gli operai che andavano a lavorare. Si fermavano a bere il caffè e il grappino poi tutti alle fabbriche di Porto Marghera. Era un esercito che si muoveva. E alla sera il ritorno, una massa di biciclette e motorini e arrivava e ripartiva. Marghera è quella che ha creato la forza del Nordest, queste fabbriche hanno consentito di dare lavoro a decine di migliaia di agricoltori. L'ascensore sociale del Veneto è nato qua».


È stato difficile vivere a Marghera negli anni di piombo?
«Sono stato segretario amministrativo della Dc cittadina fino alla scomparsa del partito, lo sono stato in anni qui a Marghera terribili: quelli del terrorismo, della morte di Gori, Albanese e Taliercio. C'era estrema preoccupazione, sentivo quella tensione anche professionalmente: facevamo la fornitura delle scorte sanitarie alla Montedison e andavo personalmente a fare le consegne. Montedison era un paese, dentro ti perdevi e in quei mesi respiravi la paura, la gente era al limite. La mattina che uccisero a Mestre il dottor Sergio Gori mi telefonò Gigi Russo, il poliziotto di Marghera, che era un personaggio ed è morto in carrozzina dopo aver perso le gambe».


Cosa è rimasto della zona industriale un tempo la più grande d'Europa?
«Marghera è rimasta in fondo ancora campagnola, ma è cambiato tutto. Molte case hanno un solo abitante, spesso una vedova. Sono rimasti molti anziani, ma sono il sostegno delle famiglie di questi tempi. Qui ha incominciato tutto a morire nel 1985, ma forse qualcosa si sta muovendo, c'è una piccola ripresa mossa da coraggio e fantasia. Andiamo verso anni irripetibili specie per le aree di bonifica, si può creare davvero qualcosa di nuovo e grandioso. Ci sono stati anni in cui Venezia ha respinto tutto, senza motivo, si pensi a Pierre Cardin che voleva fare a spese sua la Torre e far crescere Marghera. Ha trovato solo ostacoli».

Come è cambiato il vostro mestiere col Covid?
«Ha accelerato la tecnologia e l'affermazione della ricetta elettronica. È aumentata moltissimo la richiesta di consigli, molti chiedono come muoversi nella quarantena. Ci sono aspetti che fanno paura: l'Alzheimer sta correndo, è un disastro, non è stato valutato né sotto il profilo sanitario né sotto quello sociale e nemmeno sotto quello assicurativo. Il cittadino si trova solo, lo Stato non può perché non ha risorse. Per quanto riguarda il vaccino anti-Covid, la gente mi chiede come comportarsi, chi ha fatto la prima dose non sa cosa fare, spesso è presa dal panico. Certe notizie non aiutano, la gente ha bisogno di risposte, deve parlare solo chi ha la competenza, basta con tutti quelli che vanno in tv e dicono la loro. Si vendono molti più ansiolitici perché la gente soffre tanto psicologicamente, sta male. Questo isolamento sta portando conseguenze, c'è esasperazione, molto stress».


Chi è oggi il farmacista?
«Un amico, un punto di riferimento aperto tutti i giorni, anche la domenica, una risposta a costo zero che può risolvere i primi problemi. Ogni farmacia ha un bacino di 3300 abitanti, potrebbe funzionare da primo soccorso, il codice bianco che intasa il pronto soccorso di un ospedale può essere fatto in una farmacia. All'estero accade già. Il problema è che non ci sono farmacisti: nel Veneto c'è una forte richiesta, d'estate per le spiagge ne occorrono almeno 150 e spesso vengono dal Sud. Io ho sposato una siciliana. Abbiamo dieci farmacisti dal Sud, l'ultima è arrivata dalle Isole Eolie: Domattina parto, qui non si lavora, non si mangia. E' un segnale evidente della situazione».

Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 08:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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