Enrico Dandolo, doge a 85 anni spericolati conquista di Costantinopoli, crociate e leggende

Lunedì 5 Ottobre 2020 di Alberto Toso Fei
Enrico Dandolo ritratto da Matteo Bergamelli
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Enrico Dandolo (1107 circa-1205) - quarantunesimo doge di Venezia

Quando fu eletto al dogado, il 21 giugno del 1192, Enrico Dandolo era decisamente vecchio: aveva circa 85 anni, età molto più che ragguardevole per l'epoca in cui visse, e oltre a questo – se non era già completamente cieco – doveva sicuramente vederci molto male, al punto che da quasi dieci anni aveva lasciato i floridissimi affari di famiglia nelle mani del fratello Andrea e della moglie Contessa Minotto (sposata dopo essere rimasto vedovo di Felicita Bembo, che gli aveva dato il figlio Renier). Contessa a sua volta ebbe con lui Fantino (futuro patriarca latino di Costantinopoli), Vitale e Marino.

Eppure l'età avanzata e la menomazione non solo gli permisero di vivere altri tredici anni, ma non riuscirono nemmeno a impedire a Dandolo di essere uno dei dogi più scaltri e decisionisti dell'intera storia della Serenissima, capace di conquistare Costantinopoli e far diventare da quel momento in avanti il principe di Venezia anche “Signore di un quarto e mezzo dell'Impero Romano d'Oriente”, pilotando abilmente i destini della quarta crociata.

Nato dai Dandolo di San Luca intorno al 1107, non si conoscono i nomi del padre né del casato della madre, e la sua stessa vita è quasi per intero avvolta nel mistero: quasi certamente trascorse svariati decenni in Oriente a curare i suoi affari, rientrando a Venezia solo dopo il 1171 a seguito della repressione dell'imperatore di Bisanzio Michele Comneno contro i veneziani.

Su questa repressione e sulla cecità di Dandolo fiorì ben presto la leggenda: un suo discendente, il cronista Andrea Dandolo (destinato a diventare egli stesso doge nel corso del Trecento, autore della “Chronica brevis” sulla storia di Venezia) narra come fu fatto abbacinare dall'imperatore nel corso di una ambasceria a Costantinopoli nel 1172, per averlo osato contraddire; Marin Sanudo racconta invece come – nel corso di una missione ufficiale a Ferrara per conto della Serenissima – volendo occultare la sua menomazione si fece mettere un capello nel piatto e poi, come se l'avesse scorto coi suoi occhi, urlò a un servo di toglierlo per far vedere a tutti che ci vedeva bene.

La verità potrebbe essere più semplicemente quella offerta da Goffredo di Villehardouin, che lo incontrò a Venezia e lo seguì nella crociata del 1202-1204, che scrisse: “era vecchio, gli occhi del suo viso erano belli, e tuttavia non ci vedeva per una ferita che aveva ricevuto alla testa”.

In realtà a Costantinopoli, città che conosceva in quel momento forse più della stessa Venezia, sembrerebbe essere stato mandato per davvero a curare gli interessi dello stato, così come fu ambasciatore a Ferrara; avrebbe anche fatto parte di una missione diplomatica in Sicilia, alla corte di Guglielmo II, alla ricerca di alleanze contro i bizantini e sicuramente fu nel 1178 tra i quaranta elettori del doge Orio Mastropietro.

Anche sulla sua elezione circola una leggenda abbastanza curiosa: a quel tempo si usava che i consiglieri di nomina più recente (anche se avanti con gli anni) rifacessero il letto ai consiglieri più anziani, come atto di rispetto. Lui andò da questi ultimi a chiedere un voto simbolico per lui, che, indegno di ricevere il dogado, avrebbe però voluto ottenere almeno un riconoscimento simbolico. Quando si votò, ricevette così tanti “unici voti simbolici”... da riuscire a divenire doge. Al di là della favola, fu un buon doge, capace di comandare lo Stato con un misto di forza e saggezza.

La quarta crociata, indetta nel 1202, fu il suo capolavoro diplomatico e militare. Quando, al momento di partire, le truppe crociate non furono in grado di pagare i veneziani per i loro servigi, ottenne in cambio di riconquistare Zara ribelle; fu durante l'assedio alla città che Alessio IV, appena spodestato dal trono di Costantinopoli, chiese aiuto per riconquistare il potere, promettendo denaro e terre. Dandolo guidò con abilità questo momento, malgrado la scomunica tardiva lanciata dal papa, e benché ultranovantenne non esitò a combattere in prima fila sotto le mura della città: “Stava ritto tutto armato a prua della sua galera, con davanti lo stendardo di san Marco – scrisse ancora Goffredo di Villehardouin – ordinando a gran voce ai marinai di portarlo prestamente a terra, o li avrebbe puniti a dovere; sicché quelli approdarono subito, e sbarcarono con lo stendardo, e tutti i veneziani seguirono il suo esempio”. Venezia ci guadagnò – assieme alla quadriga di San Marco, i Tetrarchi, la Marangona e mille altre vestigia di cui fu spogliata Bisanzio – anche Candia e molte isole dell'Egeo.

Enrico Dandolo non tornò più a Venezia: morì a 98 anni nel maggio del 1205 e fu sepolto nel matroneo imperiale della basilica di Santa Sofia, primo e ultimo uomo a esservi sepolto. Secondo una versione non suffragata da alcuna testimonianza storica, dopo la conquista della città da parte dei turchi nel 1453, la sua tomba fu aperta e le sue ossa furono gettate in pasto ai cani.

Ultimo aggiornamento: 11:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA