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Candida Auris, morto Gianni Vescovo: era il re veneto delle cucine italiane in Kenya

Già in isolamento 70 persone a Mestre

Mercoledì 20 Luglio 2022 di Paolo Ricci Bitti
Gianni Vescovo, la sua Africa: il re veneto delle cucine italiane in Kenya ucciso dalla Candida Auris. Che cos'è il fungo killer

La “sua” Africa alla fine l'ha tradito, ma Gianni Vescovo, morto a Mestre a 82 anni per una rara infezione di Candida Auris contratta a Nairobi, non le porterà di certo rancore perché è in Kenya che aveva fatto fortuna con il "made in Italy" prevedendo un boom del turismo che alla fine degli anni Sessanta non era per nulla scontato. Non è una storia alla Karen Blixen o alla Kuki Gallmann (veneta come Vescovo) sullo sfondo dei grandi altipiani e della savana, delle piantagioni e delle giacche da safari. E' una storia di caparbietà imprenditoriale in cui sbuca pure Totò, perché Vescovo, prima di stringere i denti e tirare avanti, non si negava mai un sorriso. 

Giovane di Mestre, si lanciò in un'avventura a dir poco coraggiosa: insegnare all'ex colonia inglese, con tratti di sultanati arabi e di Portogallo, come si allestisce una cucina italiana nelle strutture turistiche che i viaggiatori non solo italiani avrebbero visitato, in numero consistente, solo decenni dopo.

Gianni Vescovo mostra la sua azienda a Nairobi

Nel 1968, quando stava arrivando anche in Europa l'onda della contestazione, Gianni Vescovo, non ancora trentenne (era nato a Mestre nel 1939) ha già capito che cosa farà nella vita prima a Nairobi, poi in tutta l'Africa centro orientale. Era arrivato in Kenya (un volo che richiedeva almeno 3 scali all'epoca) al seguito dei missionari della Consolata ed aveva rapidamente deciso di prendere casa nella capitale della nazione di 50 milioni di abitanti che si era resa indipendente da appena 5 anni: Jomo Kenyatta la governa in maniera illuminata senza abbattere i ponti con il Regno Unito soprattutto per dotare il paese di infrastrutture che la Cina, all'epoca, ancora non propone agli africani. 

 

Vescovo - scopettoni e lunga capigliatura - dopo qualche impiego nell'edilizia e nel commercio, si mette in proprio e dà un nome all'azienda che indica qualcosa, ma non tutto: Italproducts nasce nel 1968 per importare dall’Italia macchinari e prodotti metalmeccanici, in particolare impianti (fornelli e forni) a gas per le grandi cucine. Diventa anche il rappresentante di marchi italiani già consolidati, ma non certo noti e apprezzati laggiù. Far quadrare i conti (la qualità italiana costa) non è facile, ma con caparbietà e ingegno il piccolo ufficio con magazzino si allarga fino a diventare la sede dell'Italian Technology, il primo show room dell'Africa centro orientale allestito per sostenere le ditte italiane. Ristoranti, hotel, i primi resort per turisti si rivolgono a Vescovo per attrezzare la cucina e la cambusa. Poi il boom del turismo dalla fine degli anni Ottanta, dei villaggi vacanze, dei tour organizzati da tutto il mondo: il Kenya, con le cucine importate da Vescovo, è pronto a gestire il colossale business. 

L'imprenditore italiano appassionato di Totò (le foto dell'attore accolgono i clienti nella show room e pazienza se solo gli italiani si raccapezzano) era diventato in pochi anni un punto di riferimento per chi investe nel turismo e nell'accoglienza di viaggiatori il cui numero lievitava costantamente. E magari non tutti i turisti, italiani compresi, sanno che quello che stanno mangiando è stato cucinato a Nairobi o a Malindi su un fornello italiano. 

Intanto Vescovo deve fronteggiare anche le durissime vicende seguite alla morte di Kenyatta: una guerra civile a bassa intensità con fiammate devastanti, tantativi di golpe, l'intervento dell'Onu e anche le ultime stragi jihadiste. In un contesto che vede ancora larga parte della popolazione lottare per i bisogni primari e assediare le grandi città con baraccopoli con quella di Korogocho a Nairobi. 

Vescovo a ogni crisi stringe i denti e propone prodotti sempre migliori che reggono poi la concorrenza a basso prezzo della dilagante Cina. Le competenze dell'Italproducts aumentano e non si limitano più alle cucine, ma si estendono alle lavanderie e a tutto ciò che ruota attorno a una struttura turistica. Lo si vede, in un video promozionale, illustrare i nacchinari e, no, non indossa cappelloni a larga tesa e sahariana, ma un camice bianco. La "sua" Africa è quella, fornelli e pannelli di acciaio lucenti: il teatro di un grande successo imprenditoriale nato dal nulla  e noto solo agli addetti ai lavori e agli amici di Mestre dove tornava di tanto in tanto. L'ultimo viaggio è quello senza ritorno. 

Di lui diceva, come riporta “Malindikenya.net, il portale degli italiani in Kenya”: “Non sono uno scrittore né tanto meno un narratore, non amo parlare di me e preferisco i fatti alle chiacchiere. L'esperienza di 50 anni e più di Africa, la conoscenza della lingua locale e dell'inglese rendono la mia operatività più fluida ed efficace. Qui conosco tutti e tutti mi conoscono, dall'Ambasciata Italiana agli italiani che vivono e lavorano qua da una vita intera, dai locali con i quali lavoro e collaboro. Quindi con me le incognite non esistono”.

Per i suoi 50 anni di attività (e solo rari imprenditore britannici poteva vantare in Kenya un cv così esteso e prestigioso) anche il Daily Nation, il più importante quotidiano della nazione, gli aveva dedicato un ritratto.

Paolo Ricci Bitti

L'ultimo viaggio  

Le sue condizioni si erano aggravate in giugno e i familiari l'avevano fatto ricoverare in una clinica privata dove però i medici non erano venuti a capo di una diagnosi soddisfacente, l'ipotesi di un raro contagio di Candida Auris era solo tale e i calcoli renali non bastavano a spiegare la gravità delle condizioni dell'imprenditore che a inizio luglio è stato imbarcato su una aereoambulanza e portato all'ospedale di Mestre.

A Mestre, dove Vesco è morto alla fine della scorsa settimana, la conferma del contagio e l'avvio dei controlli in tutti coloro che sono venuti in contatto con lui: oltre 70 persone sono già in isolamento. Molto impegnativo anche debellare le tracce del fungo negli arredi e negli edifici. 

Il fungo "killer" è resistente agli antimicotici e ha un tasso di mortalità tra il 20 e il 70%.  

 

Candida Auris perché è così pericolosa

La Candida Auris è molto simile alla comune Candida ed è stato identificata per la prima volta in Giappone nel 2009 dall'orecchio di una donna (da qui il nome Auris, in latino orecchio).  Resistente al 90% degli antimicotici è stato inserito dal Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitense tra le principali minacce per la salute globale. Il tasso di mortalità per chi contrae l'infezione varia dal 20 al 70% e la morte sopraggiunge solitamente dopo 3 settimane dall'infezione, soprattutto in pazienti immunodepressi o con quadri clinici compromessi. I principali sintomi sono febbre, stanchezza e dolori muscolari. Spesso il fungo infetta ferite o può causare infezioni nel sangue. 

Candida Auris, contagiosità 

La sua resistenza a disinfettanti e antimicotici la rende particolarmente difficile da estirpare. Questo anche perché i pazienti possono rimanere a lungo colonizzati: la Candida auris può colonizzare la pelle per più mesi e può vivere a lungo sulle superfici. Il sequenziamento del suo genoma ha portato ad appurare che nelle stanze dove erano ricoverati i pazienti colpiti dall'infezione, il fungo era presente non solo sul materasso, sul comodino e sulla testiera del letto dei pazienti, ma anche su altri arredamenti della stanza e persino sul davanzale. Proprio per la sua particolare resistenza in Liguria dove fu registrato il primo caso italiano, sono stati necessari due anni per arrivare a una completa decontaminazione. 

Candida Auris, in Italia 300 casi dal 2019 

In Italia sono stati registrati circa 300 casi di Candida Auris dal 2019. Una trasmissione in crescita che ha portato il Ministero a diramare una circolare per mettere in allerta le strutture sanitarie. Ogni nuovo contagio viene notificato al  Sistema informativo delle malattie infettive e diffusive. 

Ultimo aggiornamento: 20:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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