Camorra in Veneto. I prestiti e l'usura, così spremevano le vittime

Giovedì 21 Febbraio 2019 di Gianluca Amadori

I prestiti accordati dal clan dei casalesi di Eraclea non si prescrivono mai. E così accade che un debitore, appena uscito dal carcere, nell'aprile del 2016, venga contattato per restituire una somma di denaro ricevuta molti anni prima. «Sto prendendo appuntamento per andare a Lecce - annuncia Raffaele Buonanno a Luciano Donadio - lui sta lavorando... dobbiamo risolvere il problema... sono 7-8 anni che avanzo questi soldi».
Quello ricostruito dalla Procura, attraverso i colloqui intercettati da Polizia e Guardia di Finanza, è solo uno dei numerosi episodi di usura contestati all'organizzazione criminale che si è radicata da almeno vent'anni nel Veneto orientale.

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Per recuperare il denaro, gli uomini di Donadio non lasciano tregua ai debitori, tempestandoli di telefonate, incalzandoli per il versamento delle rate dovute, minacciando loro e i familiari di possibili ripercussioni non proprio piacevoli.
 

INFARTO FATALEE ogni tanto ci scappa anche il morto, come nel caso di un imprenditore stroncato da infarto nella fase più acuta del dissesto finanziario: «Malore che non appare imprudente ricondurre anche allo stress in cui l'uomo si dibatteva per trovare il denaro con cui soddisfare gli usurai e proseguire l'attività imprenditoriale», si legge nell'ordinanza di custodia cautelare.
Al telefono il boss non parla mai di denaro: chiede al suo debitore di portargli la fattura al più presto. «Devo consegnarla al commercialista». E non c'è scusa che tiene, difficoltà economiche, problemi familiari: «Io potrei andare meglio se tu mantieni le promesse - tuona Donadio al telefono con la vittima di turno - Hai detto che a fine mese riuscivi, ne abbiamo già 8 e non ti ho più sentito...»
Nel mirino finisce anche il titolare di un negozio di materiale per l'edilizia, fornitore delle sue aziende, che poi diventa complice in frodi fiscali e reati fallimentari. L'esercente non riesce a restituire i prestiti e così il suo negozio viene utilizzato per rifornimenti gratuiti di materiale. Quando invece le rate del prestito vengono versate, il clan ricorre all'emissione di fatture per operazioni inesistenti per giustificare le somme.
Donadio dimostra di essere il leader indiscusso nella gestione quotidiana dei rapporti: soltanto su sua iniziativa o disposizione i debitori possono essere minacciati. Iniziative autonome, non autorizzate, non è contemplata, e il suo intervento è immediato per mettere le cose in chiaro: «Tu nella roba mia stai zitto!» intima ad un sodale che si è permesso di passare direttamente all'incasso.
INTERESSI DEL 240 %
Gli interessi richiesti arrivano fino al 240 per cento anno, il 20 per cento mensile e nel richiedere il puntuale versamento delle rate, i componenti del clan chiedono «correttezza di comportamenti» e lamentano «mancanza di rispetto» dai debitori taglieggiati. «Questa persona mi sta facendo fare delle brutte figure e poi si prende la briga, pure, di non rispondere al telefono», sbotta Buonanno a fronte di un imprenditore che cerca di non farsi trovare.
AZIENDE SCIPPATEQuasi nessuno riesce a pagare, e così, poco a poco, gli imprenditori vengono strangolati, costretti a vendere i propri beni, ad intestare le società a Donadio o qualche suo prestanome. La Procura contesta all'imprenditore Christian Sgnaolin, uno dei più stretti collaboratori, un ruolo fattivo in tutti gli episodi di usura. Per usura sono indagati anche Antonio Pacifico, Francesco Verde, Antonio Buonanno,Antonio Puoti, Filomena Iorio, Michele Pezone.
GLI INTERROGATORITra oggi e sabato i cinquanta arrestati saranno ascoltati per rogatoria nelle varie località d'Italia nelle quali sono detenuti: Donadio a Parma, il sindaco di Eraclea, Mirco Mestre, a Tolmezzo. Ieri il gip ha concesso i domiciliari in ospedale ad Antonio Cugno, gravemente malato. A Venezia sono detenuti solo Lefter Disha ed Elton Koka, i due albanese accusati di droga in questo procedimento, arrestati a metà gennaio con per il tentato omicidio di Capodanno a Cortellazzo nei confronti di un connazionale, per una questione di stupefacenti.

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