Floriano Francesconi, l'uomo dal volto sconosciuto: così nacque il Caffè Florian

Lunedì 28 Dicembre 2020 di Alberto Toso Fei
Floriano Francesconi ritratto da Matteo Bergamelli
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Fu celeberrimo fra i suoi contemporanei, al punto che la sua Bottega da Caffè, aperta in Piazza San Marco all'insegna della “Venezia Trionfante”, divenne ben presto nota per tutti gli avventori come “da Floriàn” (con l'accento sulla “a”) e – col nome del suo fondatore, Floriano Francesconi – compiuti i suoi primi trecento anni d'età, si appresta ad affrontare i secoli a venire come il caffè più antico del mondo ancora in attività. Quella del caffè in Europa è anche parte della storia di Venezia. Il primo occidentale a menzionare il caffè fu proprio un veneziano, Gianfrancesco Morosini, Bailo a Costantinopoli, che nella sua Relazione della Porta Ottomana, letta nel 1585 al Senato, raccontò come i turchi usassero “di bere pubblicamente, così nelle botteghe, come anco per le strade, non solo uomini bassi, ma ancora de’ più principali, un’acqua negra, bollente quanto possono sofferire, che si cava d’una semente, che chiaman kahvé la quale dicono che ha la virtù di far stare l’uomo svegliato”. Già nel 1683 (all’inizio di quel secolo veniva venduto come pianta medicinale) c’era a San Marco sotto le Procuratie una bottega da caffè all’insegna “dell’Arabo”, poiché gestita appunto da un arabo. Ben presto nella sola Piazza San Marco se ne contarono una trentina, tra cui il Florian, inaugurato il 29 dicembre 1720 (allora in pieno carnevale).

Paradossalmente non conosciamo molto di Floriano Francesconi: non la data di nascita, sebbene è probabile che abbia visto la luce a Venezia; non le fattezze, poiché malgrado il suo caffè sia stato meta di numerosi artisti nessun ritratto attribuibile a lui è giunto fino ai giorni nostri. Di sicuro fu amabile e amato (perfino Carlo Goldoni si sarebbe ispirato a lui per tratteggiare la figura di Ridolfo, il protagonista de “La Bottega del caffè”) visto che, anche ben dopo la sua morte, avvenuta nel 1773, il nipote Valentino Francesconi decise di cambiare il nome del Caffè affidandosi alla consuetudine: da quel momento in poi (correva l'anno 1797, la Repubblica cadeva e Venezia aveva ben poco di trionfante del quale oramai vantarsi) caffè e persona si confondono fino a diventare una cosa sola. E un po' corpo vivente il Florian lo è per davvero, anche grazie alle persone che lo frequentarono e ai fatti che vi si svolsero. Già nel 1750 Francesconi aggiunse alle originarie due stanze (l'odierno Ingresso e Sala Cinese) altri due locali (le odierne Sala Orientale e Sala del Senato): il Florian divenne ben presto punto di incontro, di convegno letterario (vi si vendeva per esempio la “Gazzetta Veneta” di Gasparo Gozzi, uno dei primi giornali europei), ma anche luogo nel quale dedicarsi alla grande passione veneziana, il gioco, senza farsi mancare neppure gli intrighi amorosi (tanto che nel 1767 il governo ne proibì l'accesso alle donne). Nel 1848 fu fulcro di cospirazione patriottica: quando scoppiò l'insurrezione contro gli austriaci fu al Florian che vennero ricoverati i primi feriti.

E il 22 marzo di quell'anno fu salendo su uno dei tavoli esterni del caffè che Daniele Manin proclamò la nascita del Governo Provvisorio. Nel 1858 il Caffè passò da Antonio Francesconi (figlio di Valentino, morto nel 1814) ai tre proprietari di uno dei caffè più in voga del tempo, il “Caffè degli Specchi”: fu ingrandito ulteriormente e sottoposto a una completa ristrutturazione che lo trasformò come lo conosciamo oggi, con sale a tema ricche di specchi, marmi, velluti, dorature e dipinti; anche quando nel 1775 Giorgio Quadri aprì quasi di fronte un altro caffè (il primo a servire il vero caffè turco, tradizionale e storico “rivale”), il Florian rimase tappa obbligata del “grand tour” internazionale. È in una delle sue sale che sul finire dell'Ottocento il sindaco poeta Riccardo Selvatico e i suoi amici concepiscono l'idea della prima Biennale d'Arte di Venezia. In tutto ciò non poteva non intervenire anche la leggenda, che racconta come Giacomo Casanova, appena realizzata la sua celebre fuga dai Piombi, prima di prendere la gondola che l'aspettava in bacino per portarlo in salvo in terraferma, non rinunciò a concedersi un'ultima passeggiata sotto le Procuratie e a fermarsi per prendere un caffè: al Florian, naturalmente.

Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre, 15:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA