La nuova frontiera del business mafioso a Nordest, rubato l'olio esausto

Sabato 1 Ottobre 2022 di Davide Tamiello
I cassonetti per la raccolta dell'olio esausto, saccheggiati
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VENEZIA - Il nuovo business della criminalità organizzata è il petrolio dorato. Lo è diventato un po’ alla volta, sfruttando quelle abilità affinate nel tempo che percorrono la scala evolutiva criminale della Camorra: si comincia con il furto, si prosegue con la produzione abusiva e si conclude con il traffico internazionale. Un affare milionario che si basa su un elemento al di sopra di ogni sospetto, apparentemente inutile: l’olio. Sì, olio: quello da cucina, quello per friggere, quello che si usa in ogni casa e in ogni ristorante. Quell’olio che rigenerato e raffinato diventa carburante da rivendere all’estero: biodiesel. 
 

I FURTI

Questa materia prima, però, bisogna procurarsela, e in quantità industriali, per avviare un mercato. Come? Rubandolo dalle campane dell’olio esausto. Ne sanno qualcosa le aziende di servizi ecologici del Veneto, ne sa qualcosa in particolare Veritas, la multiutility che tratta i rifiuti del Veneziano, e la Seb (Servizi ecologici brenta) di Campagna Lupia (Venezia), ditta che ha l’appalto per la raccolta. «All’inizio le campane erano aperte - spiega Gianluca Gallina, titolare della Seb - quindi per i ladri era semplice: aprivano le campane, aspiravano l’olio con una pompa e il gioco era fatto. Così abbiamo messo sbarre e lucchetti, ma non si sono fermati: li rompono, squarciano la campana, poi sollevano la griglia in ferro e aspirano». Succede a Mestre, a Mirano, a Spinea, in Riviera del Brenta. Ovunque. «Noi abbiamo più di mille campane in Veneto», prosegue Gallina. Attenzione: non parliamo di furtarelli, ma di una quantità immensa di colpi, per ettolitri ed ettolitri di liquido viscoso sottratto. «Ne subiamo almeno un paio a settimana. Sono sparite decine di tonnellate di olio. I furti avvengono anche con altre modalità: nei forti o nei ristoranti, per esempio, arrivano con un camion e si spacciano per i raccoglitori ufficiali. Oppure prendono i fusti lasciati fuori per il porta a porta». Un danno diventato insostenibile per chi ha un’attività dedicata al recupero di quello specifico materiale. «È un mancato guadagno per noi ma è anche un mancato guadagno per la collettività. Noi quell’olio lo portiamo in una Raffineria dell’Eni e dopo una lavorazione di pastorizzazione e centrifugazione ne esce un prodotto distillato che serve a produrre biodiesel. Carburante, che poi, si utilizza per i mezzi pubblici o per quelli delle partecipate, o che comunque viene rivenduto. A questo aggiungiamoci anche i danni alle strutture e la questione diventa veramente drammatica».
 

LA FILIERA

Gallina ha denunciato i furti alle autorità, quantomeno i primi («Raccoglierli tutti è, credetemi, veramente impossibile»). Ma il titolare della Seb non si è fermato qui: ha sentito le voci di altri colleghi in ogni angolo del Paese. Qui si è reso conto che non si tratta di un fenomeno locale: sono tutti alle prese con quest’ondata di furti di olio. Ed è da qui che si è ricostruito il sistema: quelli sono colpi su commissione, con un committente del più alto calibro che si possa immaginare. A tirare le fila ci sarebbe proprio la Camorra, già specializzata in traffico di rifiuti, che ha messo a disposizione del nuovo mercato del carburante fatto in casa un’organizzazione industriale. L’olio viene lavorato nelle raffinerie affiliate di riferimento (ovviamente abusive) sparse in tutto il Nord Italia: dal Veneto al Trentino, dalla Lombardia all’Emilia Romagna, dal Friuli al Piemonte. Il prodotto finito, poi, viene trasportato in cisterne e rivenduto all’estero. Dove, evidentemente, non si ha interesse (o non si è in grado) di risalire all’origine del prodotto.

Ultimo aggiornamento: 21:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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