Ruggero, il papà di Bebe Vio: «La mia figlia d'acciaio che non conosce limiti»

Lunedì 30 Agosto 2021 di Elena Filini
Ruggero, il papà di Bebe Vio: «La mia figlia d'acciaio che non conosce limiti»

«Bebe? È d'acciaio. Per mesi si è tenuta tutto dentro. Ed è stato un stress enorme». Stravolti dalla stanchezza e dall'emozione. Mai stati così in ansia, Ruggero Vio e sua moglie Teresa, a Tokyo con gli altri due figli Maria Sole e Nicolò, possono chiudere quest'incredibile avventura paralimpica con Bebe trascinatrice, che porta a casa l'oro nel fioretto individuale e l'argento nella gara a squadre. Risultato epico, con una rimonta che ha visto le atlete italiane ad un passo dalle super favorite cinesi. «Avrebbe voluto l'oro anche qui. Bebe è fatta a suo modo: vincere significa arrivare primi, il resto del podio conta relativamente - sorride Ruggero - ma se penso a come è arrivata a Tokyo dico che davvero i limiti per mia figlia non esistono». Hanno pianto. Tanto, tutti e a lungo. Strano per una famiglia che ha fatto dell'ironia e dell'autoironia la propria cifra. Ma comprensibile dopo un anno orribile. Un anno in cui, forse per la prima volta, anche la fiducia ha cominciato a vacillare. 
Ruggero, è vero che Bebe ha chiesto a tutti il massimo riserbo su quello che le è accaduto?
«Sì. Non voleva annacquare l'Olimpiade, non voleva che nessuno le dicesse poverina, non voleva in alcun modo prepararsi il terreno in caso le cose fossero andate male».
Ma possiamo raccontare la via crucis degli ultimi 12 mesi?
«Ora sì. Nel settembre scorso Bebe si infortuna al gomito sinistro. Sembra una cosa da nulla. Però il dolore non passa. Mia figlia ha una soglia di sopportazione molto alta, è abituata a convivere con il male. Facciamo controlli ulteriori, ma in genere nell'anno olimpico operare è considerata una follia perché c'è il timore che lo stop prolungato metta a rischio le gare».
Poi il 3 aprile vi trovate a Milano...
«Eravamo andati a Milano per un lavoro di Bebe, che avrebbe dovuto durare un pomeriggio. L'abbiamo portata per un controllo. Ma quando il medico ci ha guardato, abbiamo capito subito che c'era un problema serio. La diagnosi è stata agghiacciante: se non avessimo operato subito l'infezione sarebbe passata alle ossa e lì sarebbe stato impossibile contenerla».
In termini pratici avrebbe significato amputazione del braccio?
«Amputazione in due settimane. E se non si fosse intervenuti nel modo giusto conseguenze ben più gravi. Sappiamo bene cosa significa perché noi abbiamo ragazzi nell'associazione Art4Sport amputati a causa di tumori ossei. Il chirurgo ci ha detto: bisogna impedire che l'infezione entri nelle ossa. Dobbiamo operare subito».
Cosa avete fatto? 
«Siamo rimasti in ospedale, Bebe è stata ricoverata immediatamente e mia moglie Teresa è rimasta con lei. Io mi sono sistemato in albergo: per tre settimane non ho potuto vederle, eravamo in piena pandemia. Andavo a prendere i panni sporchi e facevo il bucato. Siamo intervenuti appena in tempo».
A quel punto avevate abbandonato il pensiero della paralimpiade? 
«No, Bebe è una combattente. E nella sua testa c'era la voglia di rimettersi in pista al più presto. Ma non è stato facile, e il tempo non giocava a suo favore. Maggio in pratica lo ha trascorso a letto, a giugno è ricominciata la preparazione, a luglio ha messo la protesi di nuovo e ad agosto ha ricominciato a tirare. Praticamente si è preparata in 3 settimane».
Puntava alla vittoria?
«Posso dire che fisicamente non c'erano affatto le premesse. Bebe nel 2020 era fortissima, in forma strepitosa, si allenava con gli uomini del fioretto olimpico. L'operazione ha cambiato tutto. Ma è lì che è venuta fuori la sua arma segreta. Una volontà di ferro. E uno staff fantastico, che ha saputo supportarla in tutto».
Sua figlia ha spiegato che l'oro andrebbe diviso almeno in tre.
«È così: una parte ai medici che l'hanno curata, una parte al suo super allenatore Giuseppe Cerqua. E poi una parte a lei, che ha dimostrato con i fatti che nella vita non bisogna mai porsi limiti».
Parliamo del giallo della gara di sciabola e delle polemiche che sono seguite.
«Ad un certo punto iniziano ad uscire articoloni su alcuni quotidiani pieni di frasi di Bebe sul sogno dell'oro nella sciabola, sulla sua voglia di cimentarsi in questa disciplina. Cose raffazzonate, mai dette di recente da mia figlia. Era chiaro a tutti noi che sapevamo del suo percorso che con un'operazione del genere la gara di sciabola sarebbe stata impossibile. E comincia a montare un tam tam. A questo punto Bebe decide di fare un post in cui chiarisce che non ci sarà gara di sciabola. Poche parole. Seguite, è vero da code di perplessità e sospetto. Inutili in un momento così delicato, ma davvero in pochi sapevano il dramma che Bebe stava vivendo. Per fortuna mia figlia va dritta per la sua strada. Il suo obiettivo era l'oro nel fioretto. E se lo è preso».

 

Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 10:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA