Bajamonte Tiepolo, il protagonista della congiura del 1310 contro Gradenigo

Illustrazione di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

Il bisnonno Jacopo e il nonno Lorenzo erano stati dei grandi dogi, e suo padre Jacopo aveva mancato di pochissimo l'elezione per lo stesso motivo per il quale lui, Bajamonte Tiepolo, impresse il suo nome nella storia come il capeggiatore di una delle più grandi rivolte della storia di Venezia: quella del 1310, a seguito della quale avrebbe preso origine il Consiglio dei Dieci.
Uno dei motivi della sua rivolta era stato infatti un altro atto amministrativo storico, per la Repubblica: la Serrata del Maggior Consiglio, avvenuta nel 1297, che avrebbe reso da quel momento in poi più complesso l'accesso alle famiglie della classe media al potere politico.
I Tiepolo (assieme ai Querini) si trovarono invece a difendere i diritti più popolari contro il partito aristocratico che ben presto tentò di estrometterli dal potere. La fazione popolare infatti (molto amata in città, al punto che Bajamonte o Boemondo, come lo chiamano altre cronache era conosciuto come il Gran Cavaliere) aveva visto sfumare la possibilità di eleggere proprio Jacopo Tiepolo nel 1289, in favore del capo del partito aristocratico, Pietro Gradenigo.
Il padre di Bajamonte, deluso, si era ritirato nei suoi possedimenti (continuando però a sobillare i suoi partigiani) e lo stesso Bajamonte, rientrato nel luglio del 1300 dalla reggenza delle colonie di Corone e Modone, era finito sotto processo con l'accusa di appropriazione indebita di beni pubblici, ritirandosi anch'egli volontariamente nella propria villa di Marocco. Ne seguirono alcuni anni di scontri e rappresaglie, che coinvolsero anche il suocero Marco Querini e il fratello di questi Pietro, e che sfociarono nella decisione di vendicare tutti i torti in una volta sola.
L'azione per rovesciare il potere del Gradenigo fu decisa per la notte tra il 14 e il 15 giugno 1310; capi della congiura erano Marco Querini, Bajamonte Tiepolo e Badoero Badoer: all'alba si sarebbe dato l'assalto a Palazzo Ducale.
Il piano era di radunare i seguaci a Rialto e di marciare all'alba su Piazza San Marco con due colonne che, snodandosi una lungo calle dei Fabbri guidata dal Querini e l'altra per le Mercerie capeggiata dal Tiepolo, si sarebbero riunite per assaltare Palazzo Ducale, raggiunte via laguna dal contingente del Badoer. Ma il Gradenigo fu messo sull'avviso: quella stessa notte convocò a Palazzo Ducale i suoi consiglieri e i capi delle grandi famiglie sul cui appoggio poteva contare; mise in allarme l'Arsenale, e ordinò al podestà di Chioggia di intercettare la schiera del Badoer.
I cospiratori non riuscirono a sincronizzare i loro attacchi: la colonna del Tiepolo si attardò e Badoer non partì in tempo a causa di una violenta tempesta. L'armata del Querini arrivò in Piazza San Marco per prima, e fu subito affrontata in un combattimento durante il quale lo stesso Querini rimase ucciso. La colonna del Tiepolo fu allora attaccata nello spazio angusto delle Mercerie prima ancora di arrivare in piazza. Al culmine del tumulto una donna, Giustina Rossi, affacciatasi alla finestra, fece cadere inavvertitamente il mortaio che teneva sul balcone proprio sulla testa dell'alfiere che portando lo stendardo con la scritta Libertas cavalcava a fianco di Bajamonte Tiepolo. Il vessillo cadde a terra e i congiurati, privi di ogni riferimento, si diedero alla fuga. La vittoria del doge fu completa: Marco Querini era morto; Badoero Badoer fu catturato e subito giustiziato; Tiepolo e gli altri nobili, messisi in salvo nei propri palazzi, furono esiliati.
A ricordare questo episodio, sopra l'arco di sotoportego del Cappello, nei pressi della Torre dell'orologio, fu posto un rilievo marmoreo (conosciuto come la vecchia del morter), e fu infissa nel pavimento una pietra con la data, ben visibili ancora oggi. Da quel balcone cadde il mortaio.
Quanto a Bajamonte, il cui palazzo di Sant'Agostin fu raso al suolo in favore dell'erezione di una colonna d'infamia (ancora conservata nei magazzini del Correr e il cui luogo originario è segnato oggi da una piccola lastra di marmo con una iscrizione), morì probabilmente in località Rapia, nell'attuale Croazia, nel 1328.
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Lunedì 22 Aprile 2019, 11:34






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4 di 4 commenti presenti
2019-04-23 23:16:18
Dottor Toso Fei, spero di leggere presto altre storie di Venezia !
2019-04-23 13:10:04
Condivido i complimenti. I veneziani hanno una storia ricchissima ma la ignorano largamente.
2019-04-22 11:52:00
Bellissima questa serie di "Ritratti Veneziani" Grazie davvero ad Alberto Toso Fei !
2019-04-23 13:14:27
Grazie a lei, Simondsen. In genere sul web sono tutti pronti ad azzannarti per la virgola fuori posto; è raro leggere apprezzamenti per le fatiche (non sono poche, per la verità) e il lavoro di ricerca e di scrittura. Qundi quando arrivano valgono doppio. Grazie ancora.