Il procuratore antimafia: «Nelle indagini sull'ndrangheta gli impreditori veneti non ci aiutano»

Thursday 16 July 2020 di Nicola Munaro
Bruno Cherchi
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VENEZIA - «Dai casalesi di Eraclea fino alla ndrina di oggi, tutto il Veneto, da est a ovest, è interessato da una radicata infiltrazione mafiosa nella sua struttura sociale e industriale. Per le mafie, il Veneto e la sua economia ormai non sono più un obiettivo da raggiungere ma rappresentano una presenza acquisita che sta inquinando l'economia veneta perché rompe corretto rapporto tra domanda e offerta, denaro che necessita solo di poter essere usato». 
Bruno Cherchi, procuratore capo della distrettuale Antimafia di Venezia analizza così l'ennesima operazione contro la presenza delle cosche mafiose in Veneto. Ad attirare gli investimenti illeciti sono sempre la ricchezza, la capacità di fare soldi facili e la quasi certezza che il mondo imprenditoriale - al di là delle levate di scudi dei suoi rappresentanti - o china il capo o tace. Prestando il fianco all'avanzare delle cosche. Un esempio? Nel processo agli ndranghetisti del clan Bolognino in corso tra Mestre e Padova, un solo imprenditore tra le decine vittime si strozzinaggio, si è costituito parte civile. E adesso che i carabinieri del Ros arrestano altre 33 persone nel Veronese a un mese di distanza dal precedente blitz di giugno, portando gli arresti a più di cento in un anno e mezzo, la cosa non può essere un caso. «Più volte ci siamo rivolti agli imprenditori ma non abbiamo riscontri ai nostri appelli. Siamo consci - continua il procuratore antimafia - delle difficoltà del mondo dell'impresa. Noi diciamo che siamo qui e aiutiamo, metteteci nella condizione di lavorare. Ci sono però imprenditori che vanno in cerca di denaro facile e altri che invece sono stati avvicinati da queste persone e hanno tentato di starne fuori».
Nella disamina di Cherchi è, questa, «l'evidenza di un sistema organizzativo da tempo presente e finalmente noto alle cronache giudiziarie. Quest'operazione ha una valenza di grande rilievo perché si tratta di una ndrina che ha dei contatti con una Calabria diversa da quella finora conosciuta. Il radicamento con la casa madre calabrese non è in contraddizione con l'autonomia operativa che l'organizzazione veronese ha nel territorio dov'è libera di scegliere obiettivi, tempi, modalità, soggetti su cui agire». 
LAVATRICI DI SOLDI SPORCHI
Eccoli allora, gli elementi su cui la ndrangheta decide di investire: «Trasformazione di ricchezza, riciclaggio e inserimento nelle attività economiche. È vero che ci sono dei puntuali delitti di estorsione, usura, violenza - ammette Cherchi - ma il dato centrale è ancora il riciclaggio: le ndrine in Veneto riciclano, hanno disponibilità economiche che vengono dalla Calabria, ma non solo. A un certo punto tutta questa ricchezza sommersa deve essere portata alla luce del sole e usata nell'economia lecita», aggiunge. Come? Attraverso la fatturazione per operazioni inesistenti con la complicità di imprenditori locali: «Solo pochi lo fanno senza sapere chi glielo chiede - affonda il procuratore -. Sono metodi spesso usati per trasformare denaro illecito in denaro pulito, usabile e che entra nell'economia falsandone la corretta gestione». 
POCHI UOMINI A DISPOSIZIONE
Per la Distrettuale antimafia di Venezia, la città scaligera è «ancora una volta punto di riferimento» degli investimenti della ndrangheta in grado, descrive ancora Cherchi, «di nascondersi alle attività d'indagine e una capacità enorme di riciclare il denaro sporco. La difficoltà che si ha di seguire questi flussi e questi rivoli necessita un forte impegno dello Stato che spesso non è all'altezza per carenza di uomini e mezzi. Potremmo fare di più se avessimo il supporto della struttura amministrativa per coprire gli organici vacanti. Non sempre il nostro impegno è sufficiente. È un'operazione durata anni per scoprire un radicamento talmente profondo che in alcuni casi scompare nella vita sociale quotidiana. I carabinieri del Ros hanno dimostrato una grande partecipazione emotiva, stare dietro alle persone per giorni, dimenticare orari, famiglia e attività quotidiane, in un ambiente in cui si è iniziato da zero. Attività fatta sul campo che ha dato importantissimi risultati che si inquadrano nelle centinaia di perquisizioni, 33 misure cautelari e danno il significato di un'operazione e non dicono tutto il lavoro che c'è dietro. Le nostre indagini - conclude Cherchi - non finiscono con i primi accertamenti ma vanno avanti per dare certezze alla collettività veneta che mi auguro prenda sempre più coscienza della situazione in cui si trova». Ultimo aggiornamento: 17 July, 10:05 © RIPRODUZIONE RISERVATA