Alberto Bastianello e la sua tenuta a Eraclea: «Addio alle mondine il riso ora è tecnologico»

Lunedì 21 Settembre 2020 di Edoardo Pittalis
Alberto Bastianello

ERACLEA  - Vi ricordate Riso amaro? Il treno che trasporta le mondine alla risaia, la stazione affollata di donne quando la primavera sta diventando estate, la cassetta sulla spalla. Il lavoro, le gambe in acqua, curve a liberare le piantine del riso dalle erbacce. La paga bassa, le zanzare, i cappelloni di paglia, la fatica. Le camerate dove si dorme ammassate. E il ballo al suono della fisarmonica, le calze nere sensuali di Silvano Mangano? Hanno segnato un'epoca e la fantasia di generazioni. Non è rimasto niente. Nemmeno le canzoni, forse non si canta più: Sciur padrun da li béli braghi bianchi.../ E non va più a mesi/ e nemmeno a settimane,/ la va a poche ore.
Quel mondo è sparito. «Del vecchio modo di lavorare non è rimasto niente. Delle mondine non c'è più nulla e penso che le mondine ringrazino. Il riso veniva trapiantato in acqua, lo stesso era per la monda: in acqua col falcetto, la schiena piegata. Ora ci affidiamo alla tecnologia, macchine con guida satellitare che danno la rotta e la precisione, sia per la semina, sia per la raccolta», dice il veneziano Alberto Bastianello, 50 anni, imprenditore agricolo con una risaia, la Fagiana. È un'azienda di 465 ettari, a Torre di Fine, comune di Eraclea, produce ogni anno 10 mila quintali di riso Carnaroli e Vialone Nano. Fattura quasi un milione e mezzo di euro. Una decina di dipendenti e macchine che lavorano anche 16 ore al giorno. Oggi è tutto automatico.
La Fagiana ha appena festeggiato i 100 anni. Queste sono terre strappate al mare e alla malaria e rese fertili con la colossale bonifica seguita alla Grande Guerra, prima del fascismo. Terre ancora a rischio, un metro e mezzo sotto il livello. Venezia e la Laguna hanno qui il primo campanello d'allarme.
Com'è cambiato il mondo della risaia?
«Quando l'abbiamo acquistata, una trentina d'anni fa, all'inizio si seminava con un trattore e un girello a spaglio e si andava più o meno diritto. Con la tecnologia ora si evita questo sistema, si semina in asciutto e non più con la risaia allagata. La vera variabile sono gli uccelli che creano un problema: c'è un'enorme varietà avicola, una fauna che viene a nidificare e trova il suo habitat ideale nella risaia vuota. Però, se vengono devono anche mangiare, calpestano e beccano. Abbiamo dovuto riseminare anche quattro volte e abbiamo ovviato con la semina interrata: si prepara il terreno alla stessa quota sui quattro punti cardinali del campo, il riso bagnato viene messo in uno spandiconcime e adagiato sul terreno dove resta protetto fino a quando non mette fuori la radice. L'acqua deve essere sempre al giusto livello. A proposito dell'acqua: da tre anni, in un'area per ora limitata, coltiviamo il riso evitando l'allagamento della risaia e utilizzando un sistema irriguo più mirato. La mia idea è rendere sotto questo aspetto l'azienda autosufficiente: col sistema goccia a goccia».
Cento anni sono pochi per una risaia?
«L'azienda è nata nel 1920 con la grande bonifica e qui c'erano due famiglie importanti, i Pasti e i Romiati, gli ultimi erano imparentati con mio padre: dovevano far fronte ai costi della bonifica e in cambio acquisivano le terre. Queste dove siamo noi furono vendute ai Gaggia che le hanno tenute fino al 1995. La Fagiana aveva tutte le caratteristiche che cercavamo: dimensioni ampie, detenuta da tre società e noi siamo tre fratelli, producevano riso e questo ci piaceva. E aveva un grande direttore che è rimasto con noi. Così è incominciata l'avventura. Una volta il riso era una coltura tipica di tutta la fascia costiera fino ad Aquileia, era stata abbandonata per il mais che produceva di più e costava meno fatica. Il riso in questa azienda è stato riportato a metà anni Cinquanta».
Avete puntato decisamente sul riso, in contro tendenza
«La rivoluzione più importante era la terra: la canalizzazione e l'irrigazione sono state sostituite con linee tubate interne, i terreni sono stati drenati. Oggi il nostro punto di forza è il Carnaroli, è favorito anche dalla vicinanza al mare che evita la malattia tipica di questa pianta, il Brusone, che ne colpisce qualità e quantità. Molte richieste di clienti ci hanno spinto a rimettere il Vialone nano. Forse perché è un terreno ancora giovane, cento anni sono niente per la risaia, la zona spinge a rese anche superiori. Il riso è un mondo magico, un qualcosa che ti cresce dentro. È un prodotto alla base della nutrizione, completo, digeribile. È qualcosa che ti completa e gratifica: è bello vedere nella pianta che cresce il senso della vita che continua e dà la certezza del futuro. Quello che caratterizza il nostro prodotto è l'ottimo mantenimento della cottura: non viene pilato eccessivamente e così non perde le proprietà organolettiche. Non è bianco perché non viene fatta la brillatura che è l'ultima fase della lavorazione industriale in cui si usano oli o talchi per uniformare il colore».
Queste erano le terre delle grandi famiglie veneziane?
«Resta anche la zona con le più grandi estensioni. La GenAgricola, delle Generali, qua accanto dispone di oltre 1000 ettari. I nostri vicini sono i Pasti, grandi proprietari terrieri. Le cifre danno un'idea precisa in un'Italia in cui la media nazionale si aggira sui 15 ettari! Le grosse proprietà terriere sono poche e localizzate soprattutto nelle zone della bonifica, dal Veneto all'Emilia al Lazio. La più grande proprietà è la Maccarese, tra Roma e Fiumicino, dei Benetton. Questa era una zona di imprenditori agricoli che hanno saputo valorizzare il territorio. C'erano i Franchetti che però hanno venduto tutto, anche la villa famosa per aver ospitato spesso Hemingway. Ma se vai a vedere le mappe, anche nella nostra terra c'è una Casa di Hemingway. I vecchi ricordavano che Franchetti si era giocato a carte due o tre volte le valli. A San Michele c'erano gli Ivancich e la grande villa è ridotta a un rudere. Basta una generazione che non crede più nella terra e tutto finisce».
Come mai uno della famiglia della grande distribuzione, la Pam, ha scelto l'agricoltura?
«Sono nato a cresciuto a Venezia, ho due fratelli Cristina e Marta. Qualche studio all'estero, una laurea in Sociologia a Urbino. Ho iniziato presto a occuparmi di aziende di famiglia, ho fatto la gavetta a San Michele al Tagliamento. La famiglia nasce come imprenditori della grande distribuzione, il ramo principale è quello della Pam. Io ho seguito la parte green del gruppo, tra mele, riso e vino mi sono evoluto anno dopo anno nella conduzione di questa realtà e ne sono orgoglioso. Mio padre Mario è un tipo tosto, deciso, non facile da lavorarci assieme. Da lui ho imparato molto, poi ho scelto perché non ho mai avuto quella passione, non mi piace restare chiuso in ufficio, preferisco una settimana con un giorno diverso dall'altro, stare all'aria aperta estate e inverno, caldo o freddo o pioggia».
È difficile fare l'agricoltore?
«Oggi significa essere imprenditore di se stesso, tutelare la vita di altre persone. L'agricoltura è un settore molto sottovalutato, adesso si parla di mangiare solo prodotti italiani, ma col mercato libero si importano prodotti che vengono da altre parti a prezzi molto diversi dai nostri e ci impediscono di competere ad armi pari. Dobbiamo avere qualcosa che ci tuteli: per esempio, utilizziamo prima i nostri prodotti, poi si importa, vale dalla frutta all'olio d'oliva. Si tratta di un settore importantissimo del quale un Paese non può fare a meno, specie l'Italia che ha un punto di forza nella cucina, nel cibo, nell'esportazione».
Edoardo Pittalis
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Ultimo aggiornamento: 10:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA