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Mose: non è finito al 93%, il dato è sui soldi spesi e non sullo stato dei lavori

Martedì 10 Dicembre 2019 di Davide Scalzotto
Mose: non è finito al 93%, il dato è sui soldi spesi e non sullo stato dei lavori
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VENEZIA -  Il professore Franco Scoglio, colto, spigoloso e ironico allenatore di calcio, lo aveva fatto diventare un marchio distintivo della propria personalità: «Non voglio parlare ad minchiam», diceva. 
Con termini meno eleganti, l'ironica immagine retorica si accosta oggi allo stato del Mose, opera ancora avvolta nelle nebbia. Perché è questo il perno del servizio che le Iene hanno trasmesso domenica sera su Italia Uno. Il passaggio, al minuto 5.35 circa, è il seguente: l'inviato Giulio Golia chiede ad Antonio Gesualdi, capo ufficio stampa del Consorzio Venezia Nuova: «Voi sostenete che a oggi il Mose è finito al 94 per cento...». «Si, quello è un dato...», risponde Gesualdi. «Un po' ad cazzum...», lo interrompe Golia. «No, ad cazzum completamente no», replica Gesualdi. 
 


C'è chi potrebbe eccepire su quel completamente, che apre qualche interrogativo. Ma Gesualdi poi spiega: «Quel dato ci serve per capire la spesa... Il dato reale della spesa del Mose è 5 miliardi 493 milioni. Di questi ne abbiamo speso il 93 per cento, questo vuol dire». Dunque non di percentuale di lavori, si tratta, ma di percentuale di soldi spesi. Affermazione però diversa da quanto detto dai commissari del Consorzio. Uno di loro, Francesco Ossola, già il 26 luglio 2018 così affermava in audizione alla Commissione ambiente della Camera: «A oggi sono completate le opere per una percentuale del 93 per cento». Dato ripetuto in altre commissioni e anche all'ultimo Comitatone.

 
IL BALLETTO
Ecco, tutto il servizio ruota su questo, sul balletto delle percentuali e su un'opera che dà l'impressione di essere più indietro di quanto detto ufficialmente. Convinzione ribadita anche dall'ingegner Giuseppe Gambolati, dell'Università di Padova, che osserva come ci sia tutta la parte elettronica da eseguire. Insomma, il Mose non solo a oggi non è in grado di alzare in simultanea tutte le paratoie alle tre bocche di porto, per mancanza dei compressori che le devono alzare e del personale (c'è un solo compressore su 9 in funzione), ma ci sono anche versioni difformi sullo stato di avanzamento lavori: il commissario dice una cosa, il capo ufficio stampa un'altra. Differenza sostanziale, perché un conto è dire che il Mose è al 93 per cento, un conto che la spesa è al 93 per cento, in quanto uno può pensare che nelle spese siano compresi anche i soldi non direttamente stanziati per l'opera. L'ingegner Alberto Scotti, il papà del progetto, intervistato in apertura, si dice tuttavia certo che funzionerà, anche se bisogna formare squadre di personale specializzato.
Altro problema, è l'usura. Il filmato mostra alla fine, la condizione delle paratoie posate sul fondo a Punta Sabbioni, piene di sabbia, aggredite dalle cozze, in condizioni non certo ottimali (una è rimasta sollevata dal fondo). «Certo è difficile pulire la paratoie sommerse», conferma Sergio Dalla Villa, del Consorzio.
CARTA BIANCA
Nel servizio, Giulio Golia percorre le gallerie del Mose, passa in rassegna gli impianti, accompagnato dai tecnici del Consorzio e dallo stesso Gesualdi, al quale è stata affidata carta bianca su autorizzazioni e gestione del tour. È lui ad affermare che il Mose nel 2021 sarà finito («e penso che sarà in funzione», dice), a spiegare che il jack-up (la macchina che deve staccare le paratoie dal fondo per la manutenzione) è costato 55 milioni e che ha avuto la rottura di uno dei 4 piedi. È lui ad accompagnare la troupe nelle gallerie dove a occhio nudo si vede che, a fronte dei tecnici che dicono che il lavoro la sotto è finito al cento per cento, ci sono ancora cavi penzolanti, materiale inutilizzato, ascensori da costruire. Nessuno del resto ha pensato di mettere un po' in ordine prima del sopralluogo. «E questo sarebbe il 100 per cento?», chiede Golia. Il tecnico che lo accompagna allarga le braccia, Gesualdi se la cava con una battuta: «Tu sei fissato...». 
Ed è ancora Gesualdi a intervenire anche quando alle Iene non viene concesso, dalla Capitaneria di Porto, il permesso a far immergere un sub nel fondale di Punta Sabbioni, perché serve un piano sanitario e un piano di soccorso. Gesualdi allora si rivolge a Nautilus, l'azienda che sta facendo i lavori alle cerniere, per favorire le riprese sotto acqua. Ma Nautilus risponde picche, chiede se Gesualdi veramente è in grado di autorizzare questo. E il permesso non arriva. 
Del resto si tratta di procedure che non possono essere decise da un addetto stampa. Ma dei due commissari Fiengo e Ossola nel servizio non c'è traccia, se non una breve telefonata rubata da Golia a Fiengo in cui quest'ultimo dice: «Non potevo dare l'autorizzazione (alle riprese subacquee, ndr)... Il cantiere non è un cantiere aperto, quello è mare libero... Decide la Capitaneria...».
Il servizio si occupa anche della sala controllo e nel centro di calcolo del Mose, all'Arsenale. La control-room nuova, rifatta per sostituire quella vecchia, è ancora meno di un cantiere. E anche qui l'immagine è quella di un sistema Mose ben più indietro di quello che viene detto ufficialmente. Dai commissari, a ieri, nessuna presa di posizione. Ma a chi giova trasmettere un servizio da cui traspare che il Mose è più indietro di quello che viene detto?
Potrebbe sembrare un servizio fatto all'insaputa di Fiengo e Ossola, non fosse per la presenza del loro capo ufficio stampa che a un certo punto, di fronte alle resistenze della Nautilus di collaborare con le Iene, afferma al telefono: «Ma il fatto di andare con le Iene è una medaglia, non una cosa brutta...». Ecco, forse questa è già una risposta. Di sicuro la visita delle Iene non era stata comunicata al nuovo Provveditore alle opere pubbliche, Cinzia Zincone (la padrona di casa, in un certo senso). Chissà invece se ne è stata informata Elisabetta Spitz, super-conmmissario in pectore del Consorzio.
Davide Scalzotto
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Ultimo aggiornamento: 14:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA