Coronavirus, Pozzo (Udinese): «Il campionato di serie A andava sospeso»

Sabato 7 Marzo 2020 di Stefano Giovampietro
Gianpaolo Pozzo, patron dell'Udinese Calcio

UDINE - Il calcio e la Serie A al tempo del Coronavirus mette in discussione la sua invincibilità e si piega, giustamente, alle esigenze del Paese e della salvaguardia della salute pubblica. Lo fa chiudendo le porte al pubblico, alla parte passionale ed emotiva dell’intero spettacolo sportivo: ma il pallone non si ferma. Insomma, in un Paese quasi in ginocchio, il calcio prova a ripartire. A commentare la situazione è Giampaolo Pozzo, imprenditore e proprietario con la famiglia dell'Udinese e del Watford.
Gianpaolo Pozzo, che giorni sono stati questi ultimi?
«Sono state settimane particolari, condizionate da tanta incertezza e anche differenza di trattamenti, a tratti inspiegabili, come si evince dal fatto che recentemente, nello stesso stadio, noi non abbiamo giocato mentre il Pordenone sì, e a porte aperte».

A cosa è dovuta, secondo lei, questa differenza?
«Premetto che di fronte a un’emergenza sanitaria ci vuole tutta la prudenza del caso: però ci vuole anche la coerenza, che è mancata. Non entro nel merito delle scelte fatte, ma stiamo vivendo alla giornata, aspettando i provvedimenti, spesso esterni, atti a disciplinare questa situazione, che di sicuro sono stati adottati sempre in buona fede, ma con mancanza di tempestività e coerenza. Non è semplice per una squadra di calcio lavorare addirittura non sapendo fino a pochi giorni dalla partita chi sia l’avversario».

Ritiene che sia mancato un po’ di polso alla Lega Serie A nel prendere le decisioni?
«In questa situazione non si può additare la colpa soltanto a uno, e non si può stabilire chi sia stato l’unico responsabile a fare confusione».

Come la vive questa situazione da imprenditore?
«La vivo con profonda incertezza futura, perché non si sa quando finirà, e anche perché la situazione ha creato al Paese un danno enorme, soprattutto a livello turistico, che è uno dei principali settori italiani, ma anche in tanti altri ambiti. Dal punto di vista economico non nascondo che è una situazione apocalittica».

Come la vive invece da padre e da capofamiglia?
«Io sono sempre ottimista, e penso che questa emergenza passerà, e quando sarà così, vedremo anche che le morti non saranno state causate direttamente dal virus ma anche da tante diverse situazioni pregresse, come succede per altri tipi di influenze».

L’Udinese ha provato a evitare in tutti i modi di giocare a porte chiuse, combattendo questa battaglia anche come una sorta di atto dovuto alla sua tifoseria. Perché?
«Perché per me è un controsenso giocare a porte chiuse, visto che il calcio è fatto per gli appassionati, in particolar modo per chi assiste allo spettacolo sportivo dal vivo. Faccio questo esempio: è come se si facesse la prima dell’Aida alla Scala di Milano senza spettatori, e il tenore cantasse da solo nel teatro. Sarebbe un paradosso. Detto questo, prendiamo atto delle decisioni delle istituzioni e ci adeguiamo».

Come giudica lo sfogo diretto di Steven Zhang contro il presidente di Lega Paolo Dal Pino?
«Non entro nel merito dell’accaduto, ma di certo il linguaggio che ha usato non è corretto. Anche perché, in primis, la situazione non è causa del presidente della Lega, ma di tutta l’organizzazione; e poi ha usato termini da querela, che è sempre sbagliato usare. Insomma, termini poco consoni al ruolo che ricopre».

L’Udinese ha una struttura molto solida, ma come si fronteggia un mese di partite a porte chiuse?
«L’onere è grande, perché sono incassi, sponsor e tutto un giro economico che viene meno in occasione delle partite casalinghe. Non è una situazione positiva, ma fa parte dello schema complicato che stiamo fronteggiando».

Ha il sentore che il campionato possa anche non finire, come detto da Pierpaolo Marino?
«Dico chiaramente che per me il campionato andava sospeso in attesa di sviluppi concreti sulla diffusione del virus e andava fatto già prima, per evitare il tira e molla delle scorse settimane. In alternativa, se proprio non si voleva fermare il campionato, bisognava adottare questi ultimi provvedimenti dall’inizio dell’emergenza per tutti e non solo per alcuni, così da avere un quadro complessivo più lineare».

L’aspetto tecnico tende a passare in secondo piano in questi giorni complicati, ma domani si torna in campo per affrontare la Fiorentina alla Dacia Arena. Che giudizio dà sul campionato dei friulani finora?
«Stiamo cercando di trovare un assetto definitivo, che ci permetta, viste le risorse che si investono e i mezzi che mettiamo a disposizione degli azionisti, di collocarci in maniera pressoché fissa nella parte sinistra della classifica, dal decimo posto in su. Sono alcuni anni che non carburiamo bene, è evidente, ma abbiamo grande fiducia nel nostro assetto direzionale, dal quale ci aspettiamo un miglioramento della classifica».

È contento di aver scelto Luca Gotti dopo il fallimento del progetto tecnico di Igor Tudor?
«Sì, ha dimostrato di essere una persona equilibrata, e con ottima esperienza, in particolare grazie all’ultimo anno al Chelsea, dove ha vinto anche l’Europa League. Ora ha dovuto adeguarsi a un ruolo diverso, anche se aveva una buona conoscenza pregressa dell’organico che può essere stata d’aiuto. Siamo contenti di averlo scelto e siamo convinti che farà un buon campionato, e ci aspettiamo da lui i risultati che speriamo, in linea con i nostri obiettivi».

L’ultima partita è stata quella di Bologna. Quel pareggio allo scadere brucia ancora?
«Credo che sia stato solo un incidente di percorso, diciamo così, perché la squadra è in evidente crescita. È stato fatto un errore grave ma le persone intelligenti sanno imparare dagli errori. E come gruppo dobbiamo fare questo».

L’Udinese, sebbene con meno regolarità, continua a pescare talenti: Rodrigo De Paul è l’ultimo esempio. Ma la società riuscirà a continuare con questo metodo ora che le nuove tecnologie consentono a chiunque di vedere giocatori in tutto il mondo?
«Tra i giocatori da noi valorizzati non dimenticherei di citare Bruno Fernandes, che arrivò qui praticamente da sconosciuto e ora è approdato al Manchester United da protagonista. Ma è così: noi dobbiamo lavorare sulle promesse e sulle scoperte. È la nostra missione obbligatoria, da cui non possiamo prescindere: a volte va male, ma ogni tanto vengono fuori i campioni. È vero poi quanto dice: prima si andava più sul posto a osservare giocatori e invece adesso è tutto più a portata di mano con le piattaforme tecnologiche. Tutti sanno di tutto, quindi la concorrenza è più alta per società come le nostre».

È un vantaggio o un problema il fatto che a ogni sessione di mercato vengano a bussare in tanti alla porta dell’Udinese? Anche nell’ultima finestra di mercato sono stati cercati lo stesso De Paul, Musso, Fofana...
«Adesso abbiamo ritrovato un assetto dirigenziale e tecnico, in continuo processo di perfezionamento, che ci permette di tornare ad alimentare un percorso di scoperta dei talenti che negli ultimi anni, a essere onesto, si era un po’ arrestato, o quantomeno aveva subito un netto rallentamento».

Dall’anno prossimo il numero di prestiti per ogni squadra dovrebbe scendere a 8, e poi anche a 6 fra due anni. Pensa che le diminuzioni dei prestiti per l’Udinese saranno un bene o un male?
«Diciamo che l’esperienza ci dice che i prestiti non è che diano grandi vantaggi, anche perché spesso viene meno l’interesse di valorizzazione del calciatore da parte della società che prende il giocatore in prestito, quindi penso che alla fine dei conti la variazione della regola non andrà troppo a incidere sul nostro operato».

Tornando al momento delicato che sta vivendo l’Italia alla luce della diffusione del Coronavirus, qual è l’augurio che si fa?
«Nella storia del mondo situazioni simili sono capitate, anche spesso, in coincidenza di diffusione di malattie e non solo. Però dobbiamo essere positivi: abbiamo dei bravi ricercatori con metodi avanzati che sapranno risolvere il problema, e speriamo di voltare pagina il prima possibile».

Ultimo aggiornamento: 08:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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