Ambasciatore ucciso in Congo, l'ultima visita ai missionari: «Attanasio sabato era con noi, ma era semplicemente "Luca"»

Martedì 23 Febbraio 2021 di Camilla De Mori
Ambasciatore ucciso in Congo, l'ultima visita ai missionari: «Attanasio sabato era con noi, ma era semplicemente "Luca"»

UDINE «Ci vedremo fra poco. Adesso devo proprio partire. Ma tornerò». Padre Pierfrancesco Agostinis, 51 anni, missionario saveriano originario di Ovaro in provincia di Udine, arrivato in Congo per la prima volta 25 anni fa, non poteva immaginare che quelle sarebbero state le ultime parole che avrebbe ascoltato dal suo amico Luca. «Per noi l'ambasciatore Attanasio era Luca, senza protocolli», racconta.


LA VISITA

«Luca era un uomo che ce la metteva tutta per fare del bene e amava questo Paese come noi missionari. Forse di più. Era in visita in Sud Kivu per incontrare gli italiani che vivono qui - racconta padre Agostinis, che gli amici chiamano Pier -. È partito domenica mattina per Goma. Ci siamo incontrati sabato sera a Bukavu ed è stato un incontro molto bello proprio perché Luca era un ambasciatore senza protocolli. Una persona attenta, che sa ascoltare, che cerca di trovare la soluzione. Un uomo entusiasta del suo lavoro».


Il saveriano ne parla come di una persona di famiglia. E usa ancora il presente, come se Attanasio dovesse tornare davvero, da un momento all'altro: «Questa vicenda ci ha fatto un male enorme. Ci mancherà. Ci restano il suo entusiasmo, la sua affabilità». No, Attanasio «non era il classico diplomatico. La prima volta lo avevo conosciuto - racconta padre Agostinis - l'anno scorso. Quando veniva qui in visita veniva a dormire da noi, nella casa regionale dei Missionari saveriani, come ha fatto anche l'ultima volta. E anche questo è un bel segno. Non andava a cercarsi un hotel. Condivideva gli spazi con noi. Voleva visitare le nostre opere, quello che facciamo». Indimenticabile il primissimo incontro: «Mi dicono: È arrivato il nuovo ambasciatore. Io sento una pacca sulle spalle e vedo un ragazzo giovane che si presenta semplicemente dicendo: Ciao, sono l'ambasciatore. Un tipo affabilissimo. La sua morte per noi è un grande dolore».


L'ULTIMA VISITA

«Non riusciamo ancora a crederci. Eravamo insieme sabato. Oggi (ieri ndr) quando verso le 12 abbiamo visto le notizie che arrivavano su Whatsapp siamo rimasti sconvolti», racconta il missionario friulano, arrivato per la prima volta in Congo 25 anni fa, da studente, per poi ritornarci nel 2004 a Kinshasa, dove ha trascorso una decina d'anni e approdare a Bukavu tre anni fa dopo una breve parentesi a Parigi per studio. Sabato, spiega, l'ambasciatore «ci aveva spiegato la situazione generale, come faceva di solito. Ascoltava, rispondeva alle domande...».


A quell'incontro, padre Agostinis aveva conosciuto anche il carabiniere Vittorio Iacovacci, di stanza al 13° Reggimento di Gorizia, che avrebbe compiuto 31 anni a marzo. «Ho conosciuto Vittorio solo sabato sera. Credo gli mancasse solo un mese per terminare i sei mesi di servizio in Congo e tornare a casa. Diceva che dopo il suo rientro non sarebbe tornato in Congo, perché gli cambiavano la destinazione ogni sei mesi. Aveva tutta la vita davanti».


IN VIAGGIO

Il luogo dove è avvenuto l'agguato al convoglio «è una zona molto pericolosa - racconta padre Pier, che nel 2008 si salvò per miracolo da uno spaventoso incidente aereo -. Il Congo è un Paese difficile. Ogni tanto succedono cose come questa, che ti fanno rimettere i piedi per terra. Attraversare quel parco è pericoloso. Un confratello che ha la madre che abita vicino a dove è accaduto l'agguato, per andare a trovarla è costretto a fare il giro per il Rwanda e l'Uganda e rientrare da dietro. Quella strada è troppo pericolosa. Dove siamo noi c'è comunque molta violenza, si spara anche in pieno giorno. Quando ci si sposta fuori Bukavu c'è sempre il rischio di cadere in un'imboscata. Nella gran parte dei casi si tratta di intimidazioni per dei furti, difficilmente le persone muoiono. Quella dove è stato ucciso Luca, invece, è una zona in cui ci sono diversi gruppi armati».
Nonostante l'atmosfera potenzialmente esplosiva, ieri padre Agostinis si stava preparando a partire per Goma, assieme a dei confratelli: «Non abbiamo paura. Partiremo domattina (oggi ndr) con il primo battello in quattro missionari, per essere presenti e testimoniare che Luca era una persona cara, che ha amato il Congo e a noi è stato molto vicino. Non un burocrate, ma una persona che ci teneva che succedesse qualcosa di bello al Paese. Era anche un papà: voleva tornare da noi con la sua sposa fra un mese per fermarsi più a lungo. Con noi ha condiviso un ideale bello, un sogno. Purtroppo questo è un Paese in cui la gente soffre, dove ci sono stati milioni di morti negli ultimi 20 anni e nessuno ne parla».

Ultimo aggiornamento: 14:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA