«Ho investito e ucciso una donna dopo aver bevuto: ora non vivo più»

Domenica 9 Dicembre 2018 di Luca Bertevello
L'auto dell'investitore di Letizia Sperti
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VITTORIO VENETO -  Questi sono i giorni dello choc, del pianto dirotto, della piena consapevolezza che bere e mettersi al volante può distruggere almeno due vite: quella di chi viene investito da una mente annebbiata. E la propria. «Non mangio più, non dormo più. Vivo un incubo» dice Fabio De Zotti, di Vittorio Veneto, 46 anni, una figlia di 7, un lavoro sicuro e redditizio come promotore finanziario, poche concessioni agli svaghi.   
Ma dalla sera del 23 novembre ufficialmente “omicida”. De Zotti è stato il primo automobilista in stato di ebbrezza arrestato nella Marca per omicidio stradale. Un primato di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Alle 19.30 del 23 novembre, sotto l’effetto dell’alcol, ha travolto e ucciso la 69enne Letizia Sperti, di Farra d’Alpago. La donna è stata speronata mentre con un’amica, rimasta anch’essa ferita, stava attraversando la strada per raggiungere una trattoria. Rianimazione e massaggio cardiaco non sono serviti: è morta sull’ambulanza. Nei confronti dell’uomo è scattato l’arresto, mitigato in semplice obbligo di firma tre volte la settimana perché mancano i presupposti per la fuga o la manipolazione delle prove.

LA TRAGEDIA
A parte la spalla del proprio avvocato, Simone Marian, degli amici e dei familiari più stretti, che ben conoscono il profilo misurato di quest’uomo, De Zotti non trova altre sponde al suo rammarico. Non quelle dei familiari della vittima, travolti essi stessi da una tragedia inimmaginabile: «Non ho più niente da dire - dice Gianantonio, figlio della vittima - mia moglie darà alla luce un figlio nelle prossime due settimane, devo pensare a questo». Parole che nascondono rabbia e disperazione. Un ubriaco ha cancellato assieme a Letizia anche la gioia del Natale, l’arrivo di un bebè atteso da mesi e che non vedrà mai la nonna, l’anniversario dei 50 anni di nozze che Letizia avrebbe festeggiato il 4 gennaio col marito Romeo. Tutto. Troppo. E senza una ragione plausibile che possa giustificare l’automobilista.
Mettersi al volante con 1.6 grammi litro di alcol nel sangue è già una mezza sentenza. Per farla diventare intera basta che ci si metta di mezzo il caso. Come è puntualmente accaduto. De Zotti era partito dall’enoteca “Peccato Divino”, vicino alla stazione di Vittorio Veneto, un nome quasi profetico. «Non ho mai avuto la sensazione di essere euforico o ubriaco, mi sono trovato con i colleghi dopo una dura settimana di lavoro. Stavo bene, mi sentivo rilassato. Si chiudeva la settimana. Quando sono salito in macchina, stavo bene, stavo bene...» Piange.

VITE SPEZZATE
Schiacciato dai sensi di colpa e dalla prospettiva di finire in galera, oggi è un uomo senza pace. «I primi giorni non riuscivo neppure a scendere in giardino per raccogliere la legna» dice fra un singhiozzo e l’altro. Dentro il suo stato d’animo c’è molto più dell’incidente in sé: ha tolto una vita, ha spezzato la serenità di due interi nuclei familiari, nulla sarà più come prima. Le conseguenze penali, al momento, sono perfino secondarie rispetto alla contingenza. Ma sono pronte a esigere il loro tributo. L’omicidio stradale è punito con pene fra gli 8 e i 12 anni. Non prevede la possibilità di aggrapparsi in alcun modo alle attenuanti generiche (fedina penale pulita, l’assenza di strisce pedonali nella zona dell’incidente, scarsa visibilità, scuse pubbliche e private, risarcimenti) perché l’aggravante dell’ubriachezza prevale su tutto il resto. Qualche magistrato ha sollevato dubbi di costituzionalità sul punto e la legge è stata sottoposta all’esame della Corte nel tentativo di darle una veste diversa. Ma allo stato attuale non ci sono margini di manovra: De Zotti quando la giustizia avrà completato il suo corso è destinato al carcere.

QUELLA SERA
«Di quella sera ricordo solo alcune cose - continua descrivendo gli istanti che hanno cambiato la sua esistenza - Un bagliore improvviso, questo lo ricordo bene. Poi l’impatto con qualcuno. Ecco, ho avuto la netta impressione di aver centrato delle persone. Subito ho accostato dall’altra parte della strada, sono sceso...» E piange ancora. «Ho visto una ragazza che stava già facendo il massaggio cardiaco alla donna più grave. Mi sono avvicinato, volevo fare qualcosa anch’io. Non riuscivo. Non riuscivo neanche a urlare. Mi mancava il respiro». I carabinieri sono arrivati a distanza di pochi minuti. I rilievi, qualche domanda, l’alcoltest. E lì è stato tutto più chiaro. De Zotti alle 8 era già in caserma. Una pattuglia lo ha riportato a casa solo a notte fonda. «Ma nessuno mi ha detto che quella donna era morta, l’ho scoperto solo il giorno dopo». Piange.
Quest’uomo disperato abita sulle colline di Carpesica, a sud di Vittorio Veneto. Di recente è rientrato al lavoro. Come se la normale routine di un istituto di credito possa medicare ferite insanabili. Lo aspettano anni difficili. E il senso di colpa, quello, non se ne andrà mai.
  Ultimo aggiornamento: 10:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA