Tumore al polmone: l’avanguardia nel futuro delle cure parte dallo Iov grazie ad una dottoressa trevigiana

Martedì 13 Settembre 2022 di Brando Fioravanzi
Giulia Pasello, la dottoressa trevigiana che ha scoperto una cura innovativa per il tumore al polmone

TREVISO - Arriva dallo IOV, Istituto Oncologico Veneto IRCCS di Padova il nuovo ed importante studio scientifico pilota volto a valutare come si modifica il microambiente tumorale dopo il trattamento chemio e radioterapico, ovvero dopo la terapia standard per i pazienti che soffrono di tumore del polmone non a piccole cellule in stadio localmente avanzato e non operabile chirurgicamente. L’innovativa ricerca è stata condotta dalla 42enne dottoressa Giulia Pasello, medico trevigiano specializzatosi con il massimo dei voti in Oncologia nel 2010 presso l’Università degli Studi di Padova e oggi parte integrante dell’UOC Oncologia 2 (diretta dalla Prof.ssa Valentina Guarneri) che ogni anno assiste più di 350 nuovi pazienti, in collaborazione con la UOC Chirurgia Toracica dell'AOUPD (Prof. Rea) e con l'UOC Anatomia Patologica 2 dell'AOUPD (Prof.ssa Calabrese).

La dottoressa Pasello tra i 100 medici migliori d'Italia

Considerata una dei 100 medici eccellenti in Italia nella diagnosi e nella cura del tumore al polmone, la dott.ssa Pasello ad oggi è stata “Principal Investigator” di diversi studi clinici nazionali e internazionali finalizzati primariamente allo sviluppo di nuovi farmaci nei tumori toracici, tanto che nel 2021 ha ricevuto quattro borse di studio da parte dello IOV per il finanziamento della ricerca sulla biopsia liquida e due donazioni da parte di aziende private a sostegno dell'attività di ricerca traslazionale. Per quanto riguarda la sua ultima ricerca, questa si è rivolta allo studio del consolidamento dei risultati ottenuti attraverso chemio e radioterapia tramite il farmaco immunoterapico “Durvalumab” che è un inibitore del checkpoint immunitario PDL1. «Le cellule cancerose sono molto brave ad eludere il sistema immunitario - spiega la dott.ssa Pasello, specializzata in carcinoma polmonare, mesotelioma pleurico, neoplasie neuroendocrine e neoplasie del timo e per questo anche ricercatrice in Oncologia presso il Dipartimento di Chirurgia, Oncologia e Gastroenterologia dell'Università di Padova - Ad esempio, quelle tumorali che hanno sulla loro superficie la proteina PD-L1 riescono ad "ingannare" disattivando i linfociti-T ed eliminando così la risposta del nostro corpo. Tuttavia, spesso la positività al PDL1 non è rilevabile nelle piccole biopsie e, pertanto, in questi casi la mancanza di altre informazioni utili a predire il beneficio alla immunoterapia rischia di escluderli dal trattamento».

I dettagli dello studio

Lo studio condotto dalla dottoressa trevigiana ha dunque analizzato le cellule immunitarie infiltrate nel tumore verificando la presenza della proteina PDL-1 prima e dopo la chemio-radioterapia nei pazienti con tumore polmonare di Pancoast (un tumore che viene trattato chirurgicamente e che fornisce tessuto tumorale che potrà essere poi analizzato). Nel dettaglio, lo studio ha evidenziato come la presenza di un particolare tipo di cellule del sistema immunitario, i macrofagi, sia correlata ad una migliore risposta terapeutica, aprendo così a nuove possibilità nei casi in cui è difficile che una persona possa sottoporsi ad una seconda biopsia polmonare dopo il trattamento. La ricerca pone quindi le basi per identificare quei biomarcatori, circolanti e metabolici, che segnalano che l'ambiente tumorale è mutato dopo la chemio-radioterapia tanto da permettere di personalizzare il trattamento, definito di "consolidamento", grazie all'utilizzo di farmaci in grado di migliorare la prognosi. «Continuare a sostenere la ricerca è molto importante per i benefici che questa può apportare ai nostri pazienti e per avere, in futuro, accesso a protocolli terapeutici di avanguardia a vantaggio di tutti coloro che intraprendono un percorso di cura. La ricerca quindi non si ferma, ma anzi continuerà con nuove e più ampie progettualità grazie anche alla forte coesione di tutto il team e alle risorse messe a disposizione per raggiungere l'obiettivo. Perché, al di là dell'impegno del singolo ricercatore, serve sempre avere una grande squadra alle spalle» conclude la dott.ssa Pasello.

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