Troppi pazienti per i medici di base: «Un mese di attesa per la prima visita»

Mercoledì 27 Ottobre 2021 di Mauro Favaro
La carenza di medici di base porta ad allungare le attese per la prima visita dei pazienti riassegnati

TREVISO - Un mese d’attesa per una visita dal medico di base. È quanto devono aspettare in media i nuovi pazienti riassegnati perché rimasti senza medico di riferimento. «Non ci sono alternative: l’innalzamento del tetto di assistiti per i medici rimasti in servizio comporta inevitabilmente un allungamento dei tempi». Bruno Di Daniel, 60 anni, segretario dello Snami di Treviso, il sindacato autonomo dei medici, lo dice senza giri di parole: al netto delle urgenze, la carenza di dottori nel territorio sta causando una serie di disagi ai pazienti che attendono una visita. In tutta la Marca oggi mancano 65 medici di famiglia. Solo a Treviso 5 ambulatori sono rimasti vuoti. Mancano tre dottori a Mogliano. Tre anche a Vittorio Veneto. E così via. A livello generale, a volte diventa difficile persino riuscire a contattare gli ambulatori per telefono. Ormai le segnalazioni arrivano da tutta la provincia. E la protesta monta. 


RIORGANIZZAZIONE DIFFICILE

I camici bianchi del territorio in servizio stanno provando a metterci una pezza. In primis attraverso l’aumento del massimale da 1.500 a 1.800 assistiti per dottore. Ma ancora non basta. Quella di Di Daniel, medico di famiglia di Maserada, non è solo una presa di posizione generale. Si tratta di difficoltà che sta vivendo in presa diretta. Lui, in particolare, ha appena aperto le porte del proprio studio a 300 pazienti rimasti senza medico tra Villorba e Spresiano. «Stiamo facendo i salti mortali: ma quando i numeri aumentano, a parità di risorse, è impossibile vedere tutti in tempi brevi – sottolinea – ormai siamo al limite. Non si trovano sostituti. Di più, oggi fatichiamo a trovare sostituiti anche solo per coprire temporaneamente il nostro posto in ambulatorio in caso di malattia o semplicemente per le ferie». Nei mesi scorsi lo stesso Di Daniel ha dovuto contattare oltre 40 medici per farsi sostituire per dieci giorni di malattia. Alla fine c’è riuscito coordinando 7 dottori che si sono resi disponibili solo per spezzoni d’orario. E non è finita. «Si prospetta anche una beffa per i pazienti “aggiuntivi”: questi dovrebbero essere assegnati a un medico oltre il massimale di 1.500 solo in via d’urgenza, per non più di tre mesi – sottolinea Di Daniel – significa che tra tre mesi, se non si trova qualcuno, dovrebbero cambiare nuovamente medico. Sarebbe necessario rivedere la convenzione per risolvere questo paradosso». Per la Fimmg di Treviso, la federazione dei medici di famiglia, la soluzione non può passare solo per l’innalzamento dei massimali. «Il tetto viene alzato su base volontaria – avverte il segretario Brunello Gorini – vuol dire che il medico accetta i pazienti in più. E se poi emerge qualche problema per i carichi di lavoro eccessivi, se la deve vedere lui, non l’azienda sanitaria che ha chiesto l’innalzamento». 


LE ASSEGNAZIONI

In tutto ciò, l’Usl sta ancora valutando la possibile sospensione di 4 medici di famiglia, tra Santa Lucia di Piave, Oderzo e Povegliano, che nonostante l’obbligo non si sono vaccinati contro il Covid. In questa situazione, però, diventerebbe difficile fare a meno di altri quattro dottori. Ci sono alcuni nuovi ingressi tra i camici bianchi. Ma davvero troppo pochi rispetto alle necessità. L’ultimo giro, ad esempio, ha visto solamente due assegnazioni: Luca Barea, 35 anni, a Vedelago, nell’ambito che comprende Castelfranco e Resana, e Antonello Martin, 58 anni, specializzato in Anestesia e rianimazione, a Caerano, nell’ambito che comprende Montebelluna e Trevignano. Stop. Qualcuno oggi sceglie anche di uscire dall’ospedale per dedicarsi alla medicina del territorio. Come accaduto con Dario Pilla, ortopedico 57enne, che il mese scorso ha preso il posto di Oriana Maschio come medico di famiglia a Castelfranco dopo aver lasciato le unità di Ortopedia degli ospedali di Castelfranco e Montebelluna. «Dopo 25 anni – ha detto – se non c’è la possibilità di progredire si può anche pensare di cambiare orizzonte, con lo stesso impegno di sempre nei confronti dei pazienti». Oltre ai singoli casi, comunque, non c’è ancora una vera e propria fuga dagli ospedali verso gli ambulatori del territorio. Il discorso è diverso se si parla di cliniche e strutture private. Ma questa è un’altra cosa. Anzi, è un’altra faccia della stessa medaglia. 

 

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