Sapete cosa erano le calchere e a cosa servivano? Giuseppe è uno degli ultimi a poter svelare il segreto del Fadalto

Venerdì 3 Aprile 2020 di Giovanni Carraro
Sapete cosa erano le calchere e a cosa servivano? Giuseppe è uno degli ultimi a poter svelare il segreto del Fadalto
Giuseppe Puricelli, classe 1928 è uno degli ultimi artigiani ad aver lavorato nelle calchere, una sorta di antico igloo che serviva a cuocere la pietra calcarea delle Prealpi trevigiane per realizzare la calce utilizzata per le costruzioni «Il mio compito era quello di fare il fuochista: tenere a bada la fiamma giorno e notte per garantire sempre la cottura».

LA STORIA
«Insieme a mio padre sceglievo le crode migliori di Pinè per portarle col carretto alla calchèra. Guai a perdere di vista il fuoco, doveva rimanere acceso per giorni e giorni ininterrottamente altrimenti la cotta si interrompeva. E se mi fossi distratto solo per un attimo, sarebbero stati sonori ceffoni». Bepi Puricelli cammina lentamente appoggiandosi al bastone mentre osserva la distesa di blocchi di roccia biancastra che incombe dal pendio del Cansiglio. Gli occhi luccicano mentre il ricordo scivola a settant'anni fa quando il sudore si impastava con la migliore calce spenta mai prodotta in tutta la pedemontana. Bepi è uno degli ultimi testimoni di una generazione di artigiani che hanno prodotto la calce con l'antichissima tecnica della calchèra, soppiantata dalle fornaci a ciminiera e in tempi più recenti dai moderni impianti industriali.

Giuseppe Puricelli, classe 1928, adora scambiare due parole in compagnia con gli avventori del suo locale a Sella di Fadalto, giusto sul confine tra le province di Belluno e Treviso. Il Bar Sella è stato per decenni tappa obbligata per motociclisti e automobilisti di passaggio quando l'Alemagna era spesso intasata dal traffico ancor prima della costruzione dell'autostrada. Per Bepi quell'edificio rappresenta il coronamento di una vita di duro lavoro. «Ho lavorato molti anni nel settore cantieristico di grandi imprese a Soverzene, in Calabria e in Sardegna, ma la mia più grande soddisfazione era quella di ritornare tra la mia gente qui al Fadalto. E proprio in cima al passo riuscii a edificare questo locale che funzionò anche come albergo e ristorante per un lungo periodo». 




IL LAVORO IN COOPERATIVA
Ma l'attività che più l'ha entusiasmato nella sua lunga vita lavorativa, è stata la produzione della calce. «Quand'ero ragazzo fui introdotto nella vicina Cooperativa Santa Croce, sorta per svolgere il commercio del legname e della calce viva. Mi piaceva il mestiere e ero incuriosito da questa preziosa sostanza prodotta dagli anziani in località Sassói, poco a valle verso Vittorio Veneto. Io e mio padre Luigi sceglievamo le pietre di Pinè, la migliore per produrre calce e insieme ad altri colleghi riempivamo a mano la calchèra. Il mio compito era quello del fuochista, cioè tenere a bada il fuoco per giorno e notte. Guai interrompere la cotta, si sarebbe persa tutta la produzione. All'epoca la calce veniva trasportata in pianura con vecchi camion Fiat a benzina per poi essere messa in commercio». Di tutti i fuochisti che lavorarono a quell'epoca oggi è rimasto soltanto Bepi.

MATERIALE PREGIATO
Tutta l'area prealpina Veneta e Friulana è stata interessata per secoli da una fiorente attività di produzione della calce. La qualità del materiale estratto nell'area del Fadalto, dove ha lavorato Bepi Puricelli, secondo i geologi presenta una qualità particolarmente pregiata. Oltretutto le enormi frane staccatesi dai versanti della Val Lapisina in età post glaciale hanno consentito di avere a portata di mano questo prezioso materiale che altrimenti si sarebbe dovuto estrarre dall'interno della montagna con un impegno ben diverso. Ecco quindi fiorire tutta una serie di attività legate alla produzione della calce, tanto che nel XVIII secolo si contavano ben dodici calchère nelle aree dei Sassói e Casamatta. In tempi successivi nacquero le fornaci a ciminiera che funzionarono fino agli anni Cinquanta e ancora oggi si possono distinguere le torri di mattone salendo lungo la Statale Alemagna SS51. Le più famose erano quelle dei Balbinot, dei Casagrande e dei Piccin. Calchère e fornaci oggi giacciono seminascoste dalla boscaglia all'ombra dei piloni dell'autostrada, silenziosi testimoni di archeologia industriale.

FORNO ARCAICO
La calchèra era una sorta di igloo di sassi accatastati che fungeva da forno di cottura della pietra calcarea. Nella parte anteriore vi era una porta d'ingresso, chiamata bochéta, che serviva ad immettere i fasci di legna di abete, carpino o faggio prelevati nei boschi circostanti. Questi bruciavano e portavano la camera interna ad una temperatura di oltre 800°C, necessaria ad innescare il processo chimico che trasforma il calcare in calce viva. Le rocce erano disposte all'interno del forno incastrate l'un l'altra in sospensione con una tecnica tramandata di padre in figlio e il processo di cottura durava ininterrottamente giorno e notte. Al termine, si lasciava raffreddare la catasta, quindi si estraeva la calce viva che risultava di un bel colore bianco candido, segno della buona riuscita dell'operazione. Il prodotto era poi destinato alla commercializzazione in pianura utilizzando carri trainati da animali, più tardi sostituiti da mezzi a motore.

MILLE GRADI
Già i romani e ancor prima i Fenici, usavano la calce come legante nelle costruzioni, miscelandola con la sabbia per produrre la malta. La materia prima, il calcare, è una roccia sedimentaria costituita da carbonato di calcio, largamente presente in tutta l'area prealpina veneto-friulana. I blocchi rocciosi immessi nelle fornaci ad una temperatura compresa tra 800 e 1000 centigradi subiscono una reazione chimica detta di calcinazione, che comporta la formazione dell'ossido di calcio, la cosiddetta calce viva. Questa viene immessa sul mercato avendo cura che non venga a contatto con l'acqua, in quanto fortemente igroscopica. Successivamente, viene immersa in fosse piene d'acqua, dette buse, nei pressi dei cantieri dove verrà utilizzata diventando così calce spenta. Questa viene impiegata nell'edilizia come legante della malta ed usata anche per imbiancare le pareti, nelle stalle come disinfettante, nei terreni poveri di calcio e come antiparassitario per vigneti nella poltiglia bordolese, nota anche come verderame. La presa della malta avviene per reazione chimica della calce spenta con l'anidride carbonica presente nell'aria, che porta nuovamente alla formazione del carbonato di calcio. Il calcare così ottenuto si consoliderà attorno ai granelli di sabbia garantendo quindi la funzione di legante. Ultimo aggiornamento: 09:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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