«Io, detective letterario sulle tracce di Emilio Salgari»

Mercoledì 17 Giugno 2020 di Chiara Pavan
DETECTIVE LETTERARIO Maurizio Sartor
PEDEROBBA Come un vero detective ha seguito tracce, indizi e piccoli segnali evitando con cura trappole e depistaggi. I “falsi”, in primis, che con Emilio Salgari abbondano («gli editori volevano continuare a guadagnare e hanno spacciato per suoi romanzi di altri: ma si capisce subito che sono ad anni luce di distanza»), ma soprattutto i racconti introvabili, gli inediti sperduti in qualche rivista di inizio secolo finiti nelle mani dei collezionisti, «bibliomani che non si staccano dalle loro “perle”», e persino gli pseudonimi con cui l’autore del “Corsaro nero” amava firmarsi per sfuggire alle clausole capestro degli editori. Come Indiana Jones, Maurizio Sartor va a caccia della sua “arca perduta”, i tesori letterari di Emilio Salgari nascosti nei labirintici meandri dell’editoria antica, tra librerie antiquarie, grandi biblioteche, collezionisti gelosi. Il 42enne di Pederobba, che durante il giorno lavora in un negozio di ferramenta del suo paese e nel tempo libero “divora” Salgari ma anche thriller e romanzi d’avventura, ha appena curato il volume “Dalla Liguria alle Antille - Antologia dei Ventimiglia di Emilio Salgari & C” (Canneto ed.) insieme allo scrittore ed educatore Davide Barella: si tratta di un’accurata selezione di brani tratti dal celeberrimo ciclo del “Corsari delle Antille” salgariano accompagnata non soltanto da un elegante apparato iconografico, ma anche da un altro inedito del papà di Sandokan sino ad oggi mai pubblicato, “I filibustieri del Golfo del Messico”, «un articolo che in un certo senso rappresenta una premessa all’intero ciclo del Corsaro nero – spiega lo studioso trevigiano – Salgari l’aveva pubblicato nella rivista da lui fondata, “Per terra e per mare” nel 1905 firmandolo con uno pseudonimo straniero, Capitano G. Watting, nome ispirato a un pirata realmente esistito».
LA PASSIONE
Difficile sfuggire al richiamo della Tigre della Malesia: Sartor comincia da bambino ad appassionarsi alle avventure di Salgari, senza mai smettere. «Mi piace tantissimo, leggerlo mi rilassa, mi sembra di viaggiare, di scoprire nuovi mondi e di vivere vite pazzesche. È come entrare in altri universi. Mi infonde pace, serenità, calma. Verne non mi dà le stesse sensazioni. Anche perché con Salgari si parla sì di avventura, ma anche di codici d’onore, di amore, di lealtà, coraggio». E poi i mondi lontani: «Salgari si documentava tantissimo – precisa Sartor - passava giornate in biblioteca a studiare gli atlanti, descriveva nei minimi particolari piante, animali, usi dei popoli. Era preparatissimo, più di un vero viaggiatore. E infatti diceva sempre che “scrivere è viaggiare senza la seccatura dei bagagli”. Gli sarebbe piaciuto diventare capitano di lungo corso, aveva studiato a Venezia all’istituto nautico Paolo Sarpi, ma niente diploma. Sognava di scoprire il mondo, ma a suo modo l’ha fatto ugualmente. Era prolifico, geniale, fantasioso, peccato non sapesse gestirsi economicamente, gli editori guadagnavano molto, lui invece non si arricchiva, doveva sempre scrivere e scrivere, di qui l’uso degli pseudonimi, anche per mantenere la sua numerosa famiglia e la moglie malata». A distanza di oltre cent’anni dalla sua morte (si suicidò il 25 aprile 1911), l’opera di Salgari continua ad essere oggetto di indagini, screening, percorsi filologici e investigativi.
LE CHICCHE
Sarton non è nuovo alle scoperte su Salgari. Da vero investigatore letterario nel 2011 è riuscito a smascherare un «anonimo pennivendolo», sconosciuto ai fedelissimi, che si spacciava per lo scrittore veronese in due romanzi postumi, «e cioè Mario Casalino, assoldato dall’editore di Salgari in accordo con i suoi figli», notizia poi ufficializzata dagli studiosi. «Ho poi attribuito ad altri romanzi postumi il nome del corrispettivo ghost writer - spiega ancora - tra questi, “Il ritorno delle Tigri di Mompracem” realizzato invece da Riccardo Chiarelli». Due anni fa ha curato per i tipi Bompiani, insieme a uno dei massimi esperti dell’opera dello scrittore veronese Claudio Gallo, il volume “Lo stagno dei caimani. E altri racconti perduti” nel quale ha scovato il racconto del titolo ritenuto perduto, a firma del Cap. Guido Altieri, che le bibliografie davano per pubblicato nel 1901 nel periodico “Letture moderne illustrate per le famiglie” dell’editore palermitano Biondo. Con l’aiuto di un collezionista, Sartor è riuscito a scovare il fascicolo introvabile restituendolo con altre storie del “capitano Altieri”. E sempre in questi antiche carte ritrovate, Sartor ha fatto un’altra scoperta: accostando indizi, prove e un certo fiuto per lo stile “corsaro”, Sartor è riuscito a capire che Salgari si era inventato un altro pseudonimo sfuggito anche agli accademici, Giulio Retadi, che è poi l’anagramma di Guido Altieri, col quale aveva firmato altri tre articoli per Biondo. Tra di loro, anche “Un principe al Polo Nord”: «Leggendolo - racconta Sartor - mi sembrava lui, ma quella firma nessuno la conosceva. Così ho provato ad anagrammare Guido Altieri e ne è uscito Giulio Retadi, l’ho comunicato agli studiosi di Salgari e anche loro hanno poi accolto la mia idea. Fino ad allora nessuno sapeva che Salgari ricorreva agli anagrammi per firmare i suoi racconti. Può darsi ne esistano altri in giro».
IL METODO
Sartor non molla mai. Studia, analizza, chiede, chiama, consulta. «Sono partito da falsi, sono arrivato a scoprire inediti e pseudonimi, è una bella soddisfazione per uno come me che non fa parte del mondo accademico. Devo dire che c’è più soddisfazione nel trovare cose nuove che nel “togliere”, eliminare romanzi che non appartengono a Salgari ma ai suoi imitatori. Ci vogliono tanta pazienza e tanto amore per un grande autore: non è giusto attribuirgli testi scadenti, lui era davvero un fuoriclasse. Per lui era divertente usare uno pseudonimo anche una volta sola. Tante firme, secondo me, ancora da scoprire. Io vado in cerca di questo». Lo conferma nella post-fazione della nuova antologia appena pubblicato: «Esistono altri cinque pseudonimi, tutti caratterizzati da un unico minimo comune denominatore, in questo caso, di stampo marinaresco e cioè misteriosi e non ben identificati “capitani”»: Capitano W. Churchill, «in omaggio allo statista», Capitano Weill, Cap. J. Wilson, Cap. G. Vallairol, Cap. G. Wattling. «Il titolo “capitano”, sempre agognato da Salgari, gli verràmeritatamente riconosciuto honoris causa, anche se post mortem, dall’Istituto Nautico San Giorgio di Genova il 10 novembre 2011 (Centenario dalla morte)».
ONORIFICENZA
Infine, la curiosità: «Salgari il 3 aprile 1897 venne insignito del titolo di Cavaliere da Umberto I di Savoia, Re d’Italia, su proposta della consorte Margherita di Savoia, Regina d’Italia, fedele ed accanita lettrice dei suoi romanzi - chiude Sartor - avevo segnalato alla Segreteria della Real Casa di Savoia la scoperta di “Un principe al Polo Nord” che narrava l’impresa della conquista del Polo Artico compiuta dal loro avo, Luigi Amedeo di Savoia, Duca degli Abruzzi. Con mia grandissima gioia, ho ricevuto un’email di ringraziamento e di congratulazioni dal Duca d’Aosta. Una vera emozione».  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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