Il ricercatore trevigiano a Londra: «Qui quasi nessuno dice no al siero»

Martedì 10 Agosto 2021 di Elena Filini
Stefano Benvegnù. Il ricercatore trevigiano a Londra
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TREVISO - Doppia dose di vaccino e Green pass, tampone in uscita dall'Inghilterra ma obbligo di (mini) quarantena in Italia. È sbarcato alcuni giorni fa a Treviso Stefano Benvengù. Trevigiano, nipote di Giacomino, patron del ristorante Incontro, è ricercatore universitario nella city e vive in Inghilterra da due anni. Sta osservando la quarantena in casa, anche se è risultato negativo al tampone. «Sapevo della misura, limitata all'Inghilterra. Mi adeguo. Pandemia gestita all'inizio con leggerezza. Poi, per fortuna, adesione di massa alla campagna vaccinale» spiega. Quarant'anni, liceo scientifico al da Vinci una laurea in biotecnologie mediche e un dottorato in Neuroscienze a Trieste, Benvegnù è un cervello con biglietto di sola andata, almeno al momento «Quando ho intrapreso questa carriera sapevo che sarei dovuto andare all'estero. Ho trascorso tre anni in Spagna e due anni fa sono arrivato a Londra».Quasi in piena pandemia.


Come ha vissuto il lockdown?
«All'inizio a Londra l'emergenza è stata presa sotto gamba. Poi però da marzo hanno chiuso l'Università per tre mesi. Quando è stata riaperta, lavoravamo a turni, c'era il divieto di incontrarsi per il pranzo e non si poteva camminare nello stesso corridoio. È stata dura».


Nella quotidianità come si sono regolati gli inglesi?
«Con meno attenzione rispetto agli italiani. L'uso della mascherina all'aperto non è mai stato obbligatorio, ma la gente tendeva a non portarla neppure all'interno. La cosa mi preoccupava molto, in Italia c'è stato un senso di responsabilità diverso rispetto a questo tema».


La campagna vaccinale?
«È stata tempestiva e organizzata molto bene. In questo gli inglesi si sono distinti da subito. Io sono stato vaccinato nello slot dei quarantenni a inizio maggio. Devo dire che non ci sono stati i problemi che ho visto in Italia con i no vax, l'adesione fino alla mia fascia d'età è stata massiccia».

I suoi programmi di lavoro hanno subito rallentamenti?
«Direi di no. Io mi occupo di studiare le malattie neurodegenerative: Alzehimer, Parkinson. E nello specifico di trovare nuovi farmaci per arrestare il progredire di queste patologie. Abbiamo lavorato da remoto e a parte i tre mesi di lockdown durissimo-ci siamo turnati in laboratorio».

Le piace vivere a Londra?
«Diciamo che un'esperienza all'estero per chi fa il mio lavoro è irrinunciabile. Londra è considerata il buco nero dei ricercatori perchè offre, tra pubblico e privato, possibilità enormi di crescita. Inoltre lo sviluppo del vaccino a Oxford ha convogliato nuovo interesse e nuovi capitali. Per dare una svolta al proprio percorso bisogna necessariamente uscire dall'Italia».


Come ha vissuto gli europei?
«Non seguo il calcio da tempo, ma quando si tratta della nazionale è un altro discorso. Per la finale però abbiamo disertato i luoghi pubblici perchè ci sono stati tanti disordini con gruppi di inglesi pericolosi. Ci siamo ritrovati a casa di un amico».

Ora cosa prevede il protocollo sanitario post vacanza?
«Torno a Londra il 30 agosto. Dovrò fare il tampone al rientro ma non è prevista per fortuna quarantena se è tutto a posto. E quindi, visto che lunedì 31 è festivo in città, da martedì rientro in laboratorio».

Ultimo aggiornamento: 11 Agosto, 11:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA