Prosciutto Dop fatto con carne danese: sei imprenditori a processo

Mercoledì 16 Febbraio 2022 di Maria Elena Pattaro
Immagine di archivio di alcuni prosciutti durante la fase di stagionatura
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BREDA DI PIAVE  - Parma e San Daniele. Sono nomi eccellenti della prosciutteria italiana quelli che ieri mattina si sono costituiti come parti civili nel processo a sei allevatori di suini della Marca. Gli imprenditori trevigiani avrebbero falsificato la genealogia di 12mila maiali destinati alla produzione dei due prosciutti Dop.
In che modo? Fecondando le scrofe non con il seme di un verro italiano, come previsto dal rigoroso disciplinare, ma con lo sperma del Duroc, un maiale scandinavo le cui carni sono più performanti. Gli allevamenti sono sparsi fra Breda di Piave, Quinto, Castello di Godego, Treviso, Zero Branco e Trevignano, dove si lavorava per produrre la materia prima con cui realizzare i prosciutti Dop. Per gli imputati l’accusa è di frode in commercio, vendita di prodotti con segni mandaci e falsificazione della documentazione. 
Una maxi truffa insomma ai danni dei consorzi del Prosciutto di Parma e del Prosciutto di San Daniele. 


PATERNITA’

I fatti risalgono al periodo compreso tra novembre del 2016 e il febbraio del 2017. E l’intera vicenda ruota attorno alla paternità: a scatenare l’accusa è infatti la genealogia dei maiali utilizzati per produrre i prosciutti. Nel corso dell’indagine, condotta dai carabinieri del Nas e sfociata in procedimenti disciplinari anche a Udine e in Emilia Romagna, gli investigatori hanno scoperto che i produttori avrebbero fatto riprodurre le scrofe senza utilizzare un maiale nazionale ma il seme di un altro tipo di suino. In barba al disciplinare che sulla provenienza dei genitori non transige: anche il papà deve essere rigorosamente italiano. 


L’ACCUSA

Di qui l’accusa di frode in commercio, vendita di prodotti con segni mandaci e falsificazione della documentazione. Lo sperma danese sarebbe stato fatto arrivare in Italia congelato e poi utilizzato per fecondare le scrofe. Quali i vantaggi? Ottenere capi più performanti al fini della produzione, caratterizzati da tempi di accrescimento più rapidi e da una carne particolarmente magra.

Dodicimila i maialini con “falso pedigree”, utilizzati per produrre insaccati. 


LE DIFESE

Secondo le difese delle aziende però non ci sarebbero prove materiali a sostegno dell’accusa. Tanto più che, trattandosi di fatti risalenti a 5 anni fa, tutti gli animali sono già stati macellati e i prosciutti presumibilmente venduti. La battaglia in aula si preannuncia serrata. Ieri mattina si è aperto il dibattimento al cospetto del giudice Francesco Sartorio. Uno degli imputati ha scelto la messa alla prova, gli altri cinque affronteranno invece il giudizio. Mentre i due consorzi, quello del Prosciutto di Parma e quello del Prosciutto San Daniele si sono costituiti come parti civili con l’intenzione di chiedere il risarcimento per il danno arrecato al marchio, visto il mancato rispetto del ferreo disciplinare che regolamenta la “materia prima” fin dal concepimento dei suini destinati alla macellazione. Il dna dei maiali deve essere rigorosamente italiano. 

Ultimo aggiornamento: 07:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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