Il primario di Rianimazione: «350 ricoveri e il 99% è no vax. Si pentono quando ormai è troppo tardi»

Martedì 12 Ottobre 2021
Antonio Farnia
11

TREVISO - «Sono molto stanco. Gli ultimi due anni sono stati davvero impegnativi. C'ho pensato e ripensato. Per più di 30 anni l'ospedale di Treviso è stata la mia casa. Mi sarebbe piaciuto portare il mio gruppo nella nuova Cittadella della salute. Ma poi la fatica, la consapevolezza di aver dato comunque abbastanza e il timore che non sia ancora finita mi hanno fatto prendere questa decisione dolorosa». Fin dall'inizio è stato in prima linea contro l'epidemia da Covid. Adesso Antonio Farnia, primario della Rianimazione di Treviso, si prepara al passaggio di consegne. Tra poco più di un mese compirà 65 anni, raggiungendo il limite di età. E dal primo dicembre sarà in pensione. Dottor Farnia, quanti pazienti avete visto in Terapia intensiva dall'inizio dell'epidemia? «Oltre 350. Rispondendo a tutti: nessuno è rimasto fuori. Con un tasso di sopravvivenza oltre il 70%. Tra i più alti. Di più non potevamo».

 
Qual è stato l'impatto del vaccino anti-Covid? 
«Il 99% dei pazienti ricoverati in Terapia intensiva non è vaccinato. Solo uno ha avuto una malattia grave nonostante la vaccinazione, e sappiamo che può capitare. È certo che se si fossero vaccinati tutti, negli ultimi mesi non avremmo più avuto ricoveri. Non vorrei più vedere gente che non respira e poi si pente di non aver fatto il vaccino prima. Purtroppo ci è capitato spesso». 


Si è pronti a recuperare gli interventi chirurgici non urgenti sospesi nei picchi peggiori dell'epidemia? 
«Sì. Ma è una delle motivazioni per cui me ne vado. In condizioni normali mi sarebbe piaciuto favorire in tutti i modi l'attività chirurgica, che questo ospedale fa molto bene. Negli ultimi due anni, invece, siamo stati limitati: non siamo riusciti a fare un'enorme attività, come per me doveva essere, perché il Covid ha portato via risorse. Abbiamo comunque garantito gli interventi più complessi. E di questo sono molto orgoglioso». 


Sarà possibile recuperare in breve tempo gli interventi in attesa? 
«È difficile. Anche perché pazienti che per un anno e mezzo hanno perso la possibilità di essere operati per mancanza di spazi chirurgici forse adesso non sono qui per raccontarlo. Ciò mi dà molta sofferenza: tutti dovrebbero trovare risposte per la loro patologia».

 
È l'altra faccia dell'epidemia.
«Le altre patologie non stanno ad aspettare. C'è stata una riduzione dell'attività chirurgica e certamente qualcuno ha avuto dei danni». 


Lei è stato tra i primi a vaccinarsi contro il Covid. Ha fatto anche la terza dose? 
«Certamente. Se possiamo cominciare a sperare in un ritorno alla normalità è per merito del vaccino. Nient'altro. Farà la differenza anche nei prossimi anni: molti Paesi non sono ancora riusciti a vaccinare e di conseguenza è verosimile che la cosa non sia definitivamente conclusa». 


Cosa pensa dei disordini con i No Green Pass visti a Roma?
«Devono darsi tutti una calmata. Scene di violenza sono inaccettabili: non c'entrano niente con il fatto di essere d'accordo o meno con il vaccino o con il Green Pass». 


E dei medici che non si vaccinano e che dicono che non ci si è impegnati abbastanza nelle cure domiciliari? 
«Ancora più difficile da comprendere: vanno sospesi. Non è pensabile che un medico non risponda al metodo scientifico: stanno raccontando fandonie. È strana una strategia che prevede che un paziente si debba ammalare per prendere un farmaco quando vaccinandosi potrebbe non ammalarsi». 


Infine, che unità di Anestesia e rianimazione lascia? 
«Sono orgoglioso del lavoro fatto. Da ormai dieci anni a Treviso stiamo facendo un'anestesia moderna, ecologica, senza gas e vapori, rispettosa dei pazienti e dell'ambiente. Se qualcuno vuole imparare l'anestesia, un giro qui lo deve fare. Siamo arrivati a una qualità altissima. Vado via molto sereno: i miei ragazzi sono estremamente bravi, e continueranno su questa strada». 
M.Fav 

Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre, 10:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA