La morte di Rebellin e i ciclisti a rischio. Vendrame: «Io ho paura tutti i giorni. È uno sport destinato a morire»

"In Italia non cambia nulla, i raduni ormai si fanno solo in Spagna dove c'è più attenzione e le strade sono più larghe. Avessi un figlio al massimo gli farei fare mtb. E poi qui tutti ci danno contro, ci odiano"

Venerdì 2 Dicembre 2022 di Carlo Malvestio
Andrea Vendrame dopo la morte di Rebellin: "Io ho paura ad allenarmi sulle strade"
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TREVISO - Il mondo del ciclismo e non solo è stato tramortito dalla tragica notizia della morte di uno dei suoi personaggi simbolo, Davide Rebellin, investito da un camion mentre si allenava nel Vicentino, a pochi chilometri da casa. Il cordoglio per la perdita del 51enne di Madonna di Lonigo è stato unanime, perfino il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso il proprio dispiacere, ma allo stesso tempo si è nuovamente alzato il grido dei ciclisti affinché vengano maggiormente tutelati mentre sono in strada. Quello della sicurezza stradale per le biciclette è un argomento che ricorre periodicamente, ma che fa fatica ad essere preso realmente in considerazione dai vertici istituzionali a livello nazionale. A battersi su questo fronte da diversi anni c'è anche Andrea Vendrame, che fino a qualche settimana fa era in gruppo con Rebellin: «Davide era un uomo e un corridore esemplare, che mancherà a tutti, nel ciclismo e non - ammette Vendrame -. Una notizia che fa male, ancor di più leggendo alcuni messaggi sui social che, nonostante si parli di una tragedia, continuano a dar contro i ciclisti. In Italia, come categoria, siamo l'ultima ruota del carro, dobbiamo essere onesti, ci odiano. Non metto in dubbio che anche all'estero ci siano problemi, ma in Francia, per esempio, i ciclisti vengono portati sul palmo di mano, allo stesso livello dei calciatori. In Spagna, invece, e posso parlare per esperienza quotidiana visto che vivo ad Andorra e spesso vado sulle strade spagnole, gli automobilisti hanno molto rispetto per le bici, non compiono sorpassi finché non c'è lo spazio necessario per farli. Inoltre, le strade sono studiate meglio, ci sono praticamente sempre due metri di spazio ai lati della carreggiata e questo rende più sicura la convivenza. Non è certo un caso se le squadre professionistiche non vengono più in ritiro in Italia, ma vanno sempre in Spagna. Da noi i pericoli sono sempre dietro l'angolo».

SOPRAVVISSUTO
Vendrame parla per esperienza diretta, perché nel 2016, quando correva con la Zalf, è rimasto vittima di un terribile incidente con una macchina, ha sfondato il vetro laterale della vettura con il volto, che porta ancora i segni di quell'impatto. «Dal mio incidente le cose, se vogliamo, sono pure peggiorate, perché adesso si usano ancor di più gli smartphone che aumentano il grado di disattenzione - spiega ancora l'atleta di Santa Lucia di Piave -. Siamo tutti di fretta, nessuno ha più tempo per fare nulla. L'unico momento per guardare social o whatsapp è in macchina. Puntualmente quando perde la vita un grande nome torniamo a parlarne, ma finirà che anche stavolta non si farà nulla e tra 5 anni, quando morirà un altro professionista, ricomincerà l'inutile dibattito. Se ho paura? Sì, tutti i giorni. Se avessi un figlio o una figlia non le farei fare ciclismo, al massimo la mtb. E credo che come me la pensino tanti genitori. Proprio per questo penso anche che, se non si provano a cambiare le cose, è uno sport che in Italia è destinato a morire». Secondo l'atleta dell'Ag2r l'unico modo affinché il Governo ascolti i ciclisti è fare fronte comune tra atleti, sindacati e federazioni nazionali e internazionali. «Avere delle leggi che ci tutelano sarebbe un buon inizio: le auto ci sorpassano a 10 cm di distanza e sarebbe opportuno rendere legale l'obbligo di passaggio a 1,5 metri dal ciclista, come succede in Spagna per esempio. Bisogna multare. I rimproveri ovviamente vanno anche ai ciclisti, perché anche loro si rendono protagonisti di manovre azzardate».

LA CATEGORIA
Tra coloro che si stanno muovendo per provare a smuovere le acque c'è anche Cristian Salvato, Presidente dell'Accpi, l'associazione corridori ciclisti professionisti italiani, nonché ex compagno di squadra, amico e testimone di nozze di Rebellin. «Tutti fanno promesse ma nessuno fa mai niente, stiamo facendo la conta dei morti. Dopo Michele Scarponi, non è cambiato nulla» ha detto Salvato, la cui associazione ha scritto formalmente una lettera alle istituzioni affinché prendano provvedimenti. «Oltre ad un intervento del Governo, bisognerebbe sensibilizzare ed educare, magari organizzando giornate dedicate alla bicicletta. Davide è stato un grande professionista, è passato che ancora correvo ed è un peccato averlo avuto sempre come avversario. Mancherà a tutti» ha detto invece Stefano Zanatta, direttore sportivo della Eolo-Kometa.

Ultimo aggiornamento: 09:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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