Villorba. Marianna morta in Ucraina, il marito: «Ai nostri figli ho detto la verità, la mamma è un'eroina: era tornata per curare i feriti»

Venerdì 30 Settembre 2022 di Maria Elena Pattaro
Marianna morta in Ucraina, intervista al marito
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VILLORBA - «Ho cercato di farle cambiare idea ma Marianna amava troppo la sua terra e la sua gente. Era un’infermiera: sentiva il dovere di tornare in Ucraina. Non per combattere ma per curare i feriti. È morta da eroina». Edgardo Spagnuolo, guardia giurata di 48 anni, insieme alla porta di casa apre anche il proprio cuore parlando della tragica morte della moglie Marianna Triasko, l’infermiera ucraina di 37 anni morta dopo un attacco russo a 20 chilometri dalla centrale nucleare di Zaporizhzhia. Si era arruolata volontaria nella 102esima brigata separatista delle forze di difesa territoriale della regione di Ivano-Frankivsk. «Per difendere la libertà e perché un giorno voi possiate vivere liberi in Ucraina» aveva detto ai due figli: una bambina di 10 anni e un ragazzino di 14. Edgardo e mamma Anastasia piangono nell’appartamento di piazza Vittorio Emanuele a Villorba in cui fino a sei mesi fa la vita scorreva tranquilla. Lui mette in fila i ricordi, seduto al tavolo della cucina. L’anziana singhiozza e si copre il volto con le mani: Marianna non c’è più. Era in Italia da 14 anni e aveva la doppia cittadinanza. Adesso è sepolta a Trostjanec, nel suo paese natale, dove mercoledì in migliaia le hanno reso onore, inginocchiandosi per le strade al passaggio della bara, ricoperta dalla bandiera gialla e azzurra della sua patria.
Edgardo, come si sente?
«È difficile rispondere: rabbia, ammirazione, nostalgia, tristezza, dolore sono tutti mischiati. Vorrei almeno piangere sulla sua tomba ma la Farnesina mi ha sconsigliato di andare in Ucraina adesso. E devo pensare ai ragazzi». 
Perché Marianna è tornata in Ucraina?
«Voleva aiutare il suo popolo. Era un’attivista: a 19 anni aveva partecipato alla rivoluzione arancione: aveva manifestato in piazza Maidan. Sapeva che mancava personale sanitario così, avendo lavorato come infermiera nell’ospedale di Dolyna, ha deciso di tornare in quel distretto con la Croce Rossa».
Ha tentato di fermarla?
«Sì, ho cercato di scoraggiarla in tutti i modi ma lei era ostinata. Alla fine ho rispettato la sua decisione. È partita il 10 aprile. Ci aveva detto che sarebbe rimasta nella zona ovest, quella più lontana dalla linea del fronte». 
E invece?
«Dopo un mese mi ha chiamato dicendo che stava partendo per il Donbass, vicino a Donetsk. Mi ha spiegato che i medici erano tutti morti, perché l’esercito russo, insieme ai mercenari, aveva ucciso tutti i medici. Così l’avevano promossa da infermiera a dottore. Si spostava con un ospedale da campo seguendo i movimenti dell’esercito ucraino e curava un centinaio di soldati». 
Era previsto il ritorno a casa?
«Sì, le avevano detto che sarebbe tornata ad agosto, poi a settembre, poi a ottobre. La data veniva spostata sempre più in là». 
Quando vi siete sentiti l’ultima volta?
«Giovedì pomeriggio, poco dopo le 3: era una ventina di chilometri da Zaporizhzhia. Nelle ultime settimane le chiamate duravano sempre meno. La sentivo sempre più preoccupata. Mi mandava brevi video dai bunker in cui si rifugiavano per ripararsi dalle bombe. Da venerdì non mi ha più risposto». 
Finché domenica è arrivata la tragica notizia...
«Un tenente colonnello ha chiamato sua sorella Alessandra dicendole che Marianna era deceduta dopo due giorni di agonia in ospedale. Non sappiamo con esattezza se sia stato un attacco con i droni o un colpo di mortaio». 
Come vi eravate conosciuti?
«In un parco di Santa Lucia di Piave, 12 anni fa. Lei all’epoca faceva la badante. Abbiamo iniziato a chiacchierare e ci siamo innamorati».
Marianna ha sempre vissuto l’essere infermiera come una missione...
«Sì peccato che il suo titolo di studio non sia stato riconosciuto qui in Italia: le mancavano 36 ore di tirocinio. Per esercitare avrebbe dovuto rifare l’intero percorso frequentando il corso di laurea in Infermieristica. Sarebbe stata disposta a rimettersi a studiare ma bisognava mantenere la famiglia. Da qualche anno lavorava per una agenzia di Treviso che fornisce servizi di medicazione a domicilio». 
Che cosa ha raccontato ai vostri figli?
«La verità: la loro mamma è morta da eroina. Sono scoppiati a piangere». 

 

Ultimo aggiornamento: 16:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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