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Marina Salamon, dall'amore alle aziende: «Il lavoro rimane sempre un valore»

Lunedì 3 Maggio 2021 di Edoardo Pittalis
Marina Salamon

TREVISO - A sessant'anni si è laureata anche in Teologia a Verona. Implicazioni profonde di fede, ma anche la curiosità di capire cosa ci circonda. Dice che non vuole smettere di lavorare, però sente il bisogno di più tempo per sé: «Per ora sto continuando a vivere in maniera un po' nevrotica, sembro Bianconiglio del paese delle meraviglie». Marina Salamon, 62 anni, imprenditrice della moda per bambini, trapiantata in Veneto, protagonista del mondo industriale, racconta che per l'esercitazione di un esame è andata a servire in un supermercato della Caritas, dove non servono soldi. «Ho scoperto storie drammatiche che non ti lasciano più. A Verona c'è la casa di San Raffaele creata da un professore veneziano, Alberto Albertini, che si preoccupa di fare scuola ai giovani, di accompagnarli all'avviamento al lavoro».
Lei è appena arrivata in treno con una profuga politica iraniana di 33 anni: «L'hanno perseguitata perché manifestava per i diritti delle donne. È qui da un anno e voglio darle un lavoro, ha una laurea e un master, va a scuola per imparare l'italiano. Voglio accompagnarla per mano».
L'azienda di Marina Salamon è a Padernello di Paese, alle porte di Treviso. Si chiama Altana, fa vestiti di lusso per bambini, quaranta dipendenti, 38 milioni di euro di fatturato. Poi c'è Alchimia, la holding, altri trenta dipendenti e 60 milioni di fatturato. La Salamon ha quattro figli: Brando, figlio di Luciano Benetton, che vive in America; Lupo, Jacopo e Francesco, nati dal matrimonio con Paolo Gradinik. Anche una figlia in affido che ora sta a Londra. «Non credevo che sarebbe stata così dura, ho sempre teorizzato che li avrei fatti volare per conto loro, ma confesso che non vederli adesso è drammatico».


Come è incominciata la carriera di imprenditrice?
«L'Altana l'ho fondata quasi quarant'anni fa e non avevo ancora finito di studiare a Ca' Foscari. L'ho chiamata così per le altane di Venezia, sedevo sui tetti a progettare il futuro; o meglio, a sognare. È stata la mia prima azienda e le sono rimasta fedele. Abbiamo attraversato un unico momento scomodo attorno al 2015, c'erano stati anni di crescita al galoppo, ci è mancata una grande commessa. Ma è stata l'unica volta nella mia vita in cui ho affrontato il limite: per fortuna avevamo un patrimonio solido. Non abbiamo conosciuto crisi nemmeno nel 2020, anche se la situazione per l'abbigliamento è difficile. Nessuno in cassa integrazione, anzi: siamo stati in grado di premiare i dipendenti con una mensilità in più e un'altra l'avranno prestissimo, uguale per tutti. Questa storia ci ha mostrato che la moda sta cambiando, ha incoraggiato una maniera di vestire più pratica, ha dimensionato i vestiti da cerimonia per mancanza anche di cerimonie».


Perché una lombarda quarant'anni fa è venuta nel Veneto e c'è rimasta?
«A Venezia per amore, per amore di Luciano Benetton, una storia durata 17 anni. Ma Venezia era nel destino. Mia madre Maria Grazia e mio padre Ennio sono istriani e in casa parlavano sempre in veneziano. Si sono conosciuti a Trieste all'università, lei era di pochi anni più grande e studiava medicina, lui economia. Papà è stato tra i primi a seguire il fondatore della Doxa, Luzzatto Fegiz; mamma che già lavorava da pediatra lo ha raggiunto a Milano. Decisero che la città non era adatta ai loro figli, eravamo cinque fratelli, e che sarebbe stata più sano vivere a Tradate. Poi sono venuta a Venezia a studiare Storia ed è stato bellissimo. Avevo pensato anche di fare la giornalista, nel 1977 ho proposto al Gazzettino di fare una rubrica, tipo week-end tra arte e cibo. Mi dissero che non era il momento e non sono mai diventata giornalista. Devo dare a Luciano il grandissimo merito di aver incoraggiato e spinto la mia autonomia. Lavoravo e studiavo storia tra documenti d'archivio e fonti medievali: cosa sarebbe successo davanti a una separazione se non avessi costruito la mia identità?».


Come ha conosciuto Benetton?
«Ho conosciuto Luciano a Varese lavorando in un negozio di Coin, prima di andare a Londra a studiare. Il negozio è stata una grande scuola, a me piaceva e ha fatto bene, dovevo spiegarlo con imbarazzo ai compagni di scuola della borghesia che pensavano che si lavorasse solo per bisogno e si stupivano che la figlia di un dirigente e di una pediatra dovesse fare la commessa. Ma a casa il lavoro era un valore, mamma diceva che potevamo comprare tutti i libri che volevamo, mai foulard e borse. La cosa mi commuove ancora, io ero fanatica di foulard, ancora oggi annodo il fazzoletto in maniera che si veda la firma».


Sempre e solo abbigliamento?
«Dopo l'Altana ho comprato il 49% della Replay Jeans, trovavo che facessero un prodotto molto bello che il mercato non prendeva sul serio. Siamo andati bene, ho lasciato per scelta strategica: io volevo quotarci in Borsa, lui voleva passare la mano ai figli, ma io non credo nel passaggio automatico, esistono settori particolari che possono essere guidati solo col talento e quello è difficile che sia trasmesso di padre in figlio. Il tema vero è imparare a diventare azionisti che è diverso da essere manager o capi d'azienda. Però mi è stato necessario un distacco di 150 chilometri, perché vivo a Verona con la famiglia; all'inizio ho cercato di tenere qui insieme tutti col risultato che ero una pessima madre e non ero più brava alla guida dell'azienda, ho creato e accettato un nuovo ruolo. Negli anni sono entrata in varie società, dai fondi di investimento al rilancio delle aziende e allo sviluppo digitale. A Milano mi sono trovata ad acquisire il controllo della Doxa alla morte del fondatore, forse mi ha spinto la paura che licenziassero mio padre che non aveva ancora 60 anni. Ho ceduto dopo 28 anni la maggioranza a un gruppo di Parigi. Mio padre oggi ha 89 anni, ha raggiunto la mamma in Liguria andando a vivere di nuovo sul mare».


Una volta ha anche provato con la politica
«Sono stata nella prima giunta Cacciari a Venezia con una delega speciale del sindaco su acquisti, informatica e personale. Sono durata un anno e mezzo, non ero particolarmente diplomatica, aspettavo i dipendenti fuori del Comune quando rientravano con la borsa della spesa fatta a Rialto. Cacciari mi diceva che non avevo il senso della politica, aveva ragione. Avevo per un attimo creduto che potevo cambiare l'Italia. Nel 1993 mi ero avvicinata ad Alleanza Democratica di Mario Segni, è stata una breve stagione, l'anno dopo è incominciata l'era Berlusconi».


Le sono rimaste paure di questi tempi che attraversiamo?
«Piano piano ho evoluto il mio modo di lavorare, ho trasformato tutte le nostre società in società benefit: il 10% degli utili è devoluto ogni anno in varie direzioni, dalle donne ai bambini, dalla natura agli animali. Questo tempo mi sta insegnando molto sotto tanti aspetti, ho avuto paura per Brando che si è preso il Covid in mezzo al Texas, dove stava girando un film. Ho avuto paura per mio padre che per il Covid è stato tre mesi in ospedale, me lo sono preso anch'io. La cosa di cui ho più paura è il crollo della speranza. La nonna per un paio d'anni non ha saputo nulla del marito ufficiale, internato in Germania dopo l'8 settembre. Ma lei aveva coraggio e speranza nel futuro, scambiava farina con le lezioni private a mio padre che una volta scampò al bombardamento gettandosi in una fossa del cimitero. Il nonno tornò, ci vollero molti mesi però, era vestito come un ufficiale sovietico, i russi lo avevano liberato e vestito ma gli avevano fatto fare un giro largo. Io mi porto dietro un'immensa gratitudine a Dio e alla vita».
 

Ultimo aggiornamento: 22:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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