L'ascesa del pr dalle discoteche alla pandemia: Zaia si racconta nel suo primo libro "Ragioniamoci sopra" Foto

Giovedì 18 Novembre 2021
Luca Zaia
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VILLORBA - Esce oggi in libreria il libro di Luca Zaia “Ragioniamoci sopra. Dalla pandemia all’autonomia”, edito da Marsilio. La prima presentazione pubblica sarà in Veneto sabato 20 novembre alle ore 18 a Villorba (TV), alla Libreria Lovat. Seguiranno gli incontri martedì 23 novembre alle 18 a Roma presso la Libreria LaFeltrinelli di Galleria Alberto Sordi, mercoledì 24 novembre alle 18 a Bassano del Grappa (VI) presso la Libreria Palazzo Roberti, giovedì 25 novembre alle 18.30 a Milano presso la Libreria LaFeltrinelli di Piazza Duomo, sabato 27 novembre alle 18 a Mestre alla Libreria LaFeltrinelli del Centro commerciale Le Barche, mercoledì 1° dicembre alle 18 a Padova presso la Sala Carmeli, venerdì 3 dicembre alle 19 a Verona presso l’Arena Casarini dell’ Hotel Due Torri, sabato 4 dicembre alle ore 17 a San Donà di Piave (VE) presso la Libreria Moderna e mercoledì 15 dicembre alle 18 a Carmignano 

Dopo le medie pensai di iscrivermi alla Scuola Enologica di Conegliano: per storia e prestigio, è un’istituzione riconosciuta a livello internazionale, la prima d’Italia, divisa in dipartimenti, come un’università. Resterà sempre viva in me l’emozione che ho provato il primo giorno nel varcare i maestosi cancelli dai quali si accedeva al lungo viale che portava all’imponente edificio dell’istituto. Col tempo ho compreso che non si è trattato soltanto di un percorso di formazione ma anche di una scuola di vita che avrebbe segnato per sempre la mia personalità.


Al quarto anno venni a sapere che nel nostro istituto di solito veniva organizzata una festa chiamata «il Baccanale», ma che da un po’ quell’usanza era stata abbandonata. Nei ricordi dei più grandi e degli ex allievi la festa assumeva contorni fantastici, quasi mitici: tutti ne parlavano, ma nessuno si attivava per ridare vita a quella tradizione. Così presi io l’iniziativa di far ripartire il Baccanale. La proposta fu subito apprezzata: insieme ad altri compagni prendemmo in affitto una discoteca e cominciammo a far girare la voce. Poi, contando sul senso di appartenenza alla scuola, molto radicato tra gli ex allievi, andammo a bussare a tutte le aziende vinicole della zona che, volentieri, offrirono ciascuna almeno una cassa di bottiglie. Fu una festa stupenda che fece registrare il tutto esaurito. Quello che doveva essere un impegno occasionale fu l’inizio di una nuova esperienza: la discoteca accettò di buon grado di ospitarci per il Baccanale dell’anno successivo, quello del mio diploma. Ma quell’episodio ebbe un ulteriore risvolto inatteso: visto che cosa ero riuscito a mettere in piedi in poco tempo e quanta gente conoscevo, il gestore del locale rilanciò offrendomi di lavorare per lui. Fu così che entrai nel mondo delle discoteche, grazie al quale mi sono mantenuto per il periodo successivo, compresi tutti gli anni degli studi universitari. 

L’OPPORTUNITÀ
La grande opportunità che le discoteche mi offrivano, di guadagnare e studiare nello stesso tempo, significava mettere la parola fine alla stagione del lavoro nell’officina di mio padre e passare ad altro. Orgoglioso della mia indipendenza, non ho mai cercato un posto fisso nel settore, ma, compiuti diciotto anni, ho aperto la partita Iva come organizzatore di eventi. 
Non ho mai conosciuto né droga né alcolismo e, sulla base della mia esperienza personale, sono sempre stato convinto che quelli che sostengono l’equazione «discoteca uguale droga» fanno riferimento a vicende drammatiche, di cui non mi permetto di dubitare, ma che forse si sarebbero verificate comunque, a prescindere dai locali, per problemi o per fragilità personali. Portando avanti questo lavoro, ho potuto incontrare come colleghi tantissimi studenti, oggi affermati professionisti, manager di rilievo, amministratori delegati; una parte notevole di quella che in vari ambiti si può definire «classe dirigente». Un giornalista ha scritto che per Zaia la discoteca è stata una scuola di vita: mi sembra eccessivo, ma è vero che, a distanza di anni, se ci si incontra tra noi, giovani di allora, ci si sente ancora parte di una comunità. […]Figlio di una famiglia modesta, la successiva iscrizione a Veterinaria all’Università di Parma per me fu una conquista. Al mio paese, in campagna, bastava il diploma per essere ritenuti un’autorità; iniziare l’università e poter ambire alla laurea era una forma di riscatto sociale e culturale. Sentivo una grande responsabilità: ero certo che sarei arrivato al traguardo. Se non ci fossi riuscito, non sarebbe stato un fallimento solo mio, ma per tutti i miei parenti e per coloro che credevano in me. Una responsabilità che sentivo ingigantita dalla scelta di Veterinaria. Oggi forse l’autorità del professionista non è più quella di un tempo, ma quando ero bambino nelle case dei contadini c’era sempre un catino, di quelli smaltati bianchi col bordo blu, con un asciugamano pulito e una saponetta, riservato al veterinario, pronto per essere portato fuori con l’acqua calda appena questi si presentava all’ingresso. Allora il medico del paese e il veterinario erano figure importanti: ricordo che, quando lavoravo in officina, dovevo essere svelto a pulire il parabrezza della loro auto, a prescindere dal motivo della visita. Un gesto forse riconducibile a una forma di servilismo atavico, ma segno, soprattutto, di un atteggiamento rigoroso che imponeva il massimo rispetto nei confronti del sapere e delle istituzioni. Un tempo, infatti, in pochi erano chiamati a coltivare ed esercitare la conoscenza, e come tali venivano riconosciuti. Un detto veneto, tradotto, recita: El savio no sa gnente, l’inteligente sa poco, l’ignorante sa tanto, el mona sa tuto, che significa: «Il sapiente non sa niente, l’intelligente sa poco, l’ignorante sa tanto, lo stupido sa tutto».

 

NON SOLO ISTRUZIONE
Posso dire di non essere mai stato fermo in quegli anni giovanili; oltre all’impegno nei locali, ho lavorato in aziende agricole e fatto il manovale e l’istruttore di equitazione. Sono convinto che ogni occupazione, per quanto semplice, contribuisca alla formazione. Quando mi capita di ricevere dei curricula, guardo sempre le esperienze lavorative: alcuni vantano un 110 e lode alla laurea, un 100 alla maturità, magari master e studi all’estero, ma poi non figurano nemmeno un impiego come baby-sitter o attività manuali di qualche genere; magari percepite come umili, ma molto qualificanti. Io invece insisto nel dire che aver lavorato nel periodo degli studi costituisce un buon biglietto da visita. Rispetto a una volta infatti, e fortunatamente, l’istruzione è molto più alla portata di tutti e i titoli di studio bene o male si raggiungono. I datori di lavoro, quindi, sono interessati anche alle esperienze di vita, perché è fondamentale capire se «quando uno ha sete si muove o aspetta che qualcun altro gli porti il bicchier d’acqua».

Ultimo aggiornamento: 09:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA