Fausto Pinarello: «Il mio sogno? Una bicicletta che vinca dappertutto»

Lunedì 15 Novembre 2021 di Edoardo Pittalis
Fausto Pinarello

TREVISO - Il ricordo è una vecchia Seicento Multipla di colore azzurro e bianco, targata TV e con due 8 nella targa, perché otto è il loro numero fortunato. Era l'utilitaria che Nani Pinarello usava ogni domenica per andare da Treviso a Milano a prendere i telai per le sue biciclette. Il figlio Fausto, allora alle elementari, era l'unico passeggero: il padre lo lasciava a Bresso dalla zia e passava a prenderlo per il rientro. 
«Una giornata intera, si partiva all'alba, si tornava che era buio». Fausto ha cercato una vecchia Multipla, l'ha fatta verniciare con gli stessi colori e la stessa scritta: Ciclo Pinarello il vero gioiello. È stato come far tornare indietro il tempo. «Lui viveva per le biciclette. E il mio nome non è un caso: mi chiamo Fausto come Coppi che era il suo idolo e del quale era stato gregario al Giro d'Italia. Quando sono nato il Campionissimo era morto da poco. Papà voleva anche chiamare un figlio Gino come Bartali, altro suo amico, poi è nata mia sorella Carla e non se n'è fatto niente. Credete sia stato facile per me stare nel mondo del ciclismo con questo nome? Pesa anche adesso, ma porta bene: la prima vittoria di una nostra bici al Giro del 1975 si deve a un corridore di nome Fausto, Bertoglio».
Fausto Pinarello, trevigiano, 59 anni, sposato con Monica, due figlie, è alla guida della Cicli Pinarello srl: biciclette da corsa e biciclette assistite, mountainbike e bici su misura. Fabbrica a Villorba, un centinaio di dipendenti con quelli delle sedi negli Usa e in Gran Bretagna. Fatturato di 66 milioni di euro. «Ma tutto discende dal negozio aperto da mio padre nel 1952 in centro a Treviso. C'è ancora, ma il Fondo che gestisce la società vorrebbe chiuderlo a fine anno, mi sto battendo per evitarlo».


La bicicletta ha resistito anche al Covid?
«La bicicletta è uno dei pochi prodotti che non ha risentito della pandemia. Ora però manca la materia prima per rispondere alle moltissime richieste, manca il carbonio che viene dall'Asia per realizzare il telaio. All'anno vendiamo 26 mila biciclette, puntiamo ad arrivare a 35 mila. Il nostro modello più venduto è la Dogma F, costa sui 13 mila euro, ha il telaio più aerodinamico del mercato, anche per questo ci chiamano i sarti delle due ruote. Una volta era più facile, si trattava di tubi d'acciaio».


Che differenza c'è tra una bici fatta da suo padre e una fatta oggi? 
«Adesso ci divertiamo di più, il carbonio è più performante per le bici da corsa, ci permette di creare qualsiasi forma possibile. Miglioriamo quasi ogni giorno, il nostro Filippo Ganna va almeno tre volte all'anno nella galleria del vento e questo ci permette correzioni e innovazioni. La bici con la quale correva mio padre pesava 18 chili, quella di oggi 7 chili e il telaio attuale pesa 850 grammi. È cambiato tutto, dalla maglia di lana all'asfalto».


Sono tornati i ladri di biciclette?
«Quelle rubate dopo il mondiale le abbiamo ritrovate noi. Il ciclismo è una comunità, il messaggio sui social tra sabato e domenica ha avuto un milione di visualizzazioni. Qualcuno ci ha contattato dalla Romania, il responsabile della polizia del distretto della Romania è un nostro fan e ha individuato i ladri e i ricettatori. Il ministro dello Sport di Romania è un atleta paralimpico nostro cliente. Così abbiamo trovate tutte e 12 le bici mondiali da pista che valgono circa mezzo milione di euro. Ora la Federazione deve andare a riprenderle: i ragazzi devono tornare in pista a dicembre e hanno solo quelle. Senza carbonio non possiamo farne altre».


Che uomo era suo padre?
«Mio padre Nani era un uomo duro, ma buonissimo. Era nato nel 1922, l'anno prossimo ricorderemo i 100 anni della sua nascita, i 70 anni dell'azienda, i 25 anni della Gran Fondo che si corre il 10 luglio giorno della sua nascita. Ha fatto a lungo il presidente della Pro-loco di Villorba, organizzava la mostra delle pesche e per anni mi ha lasciato a custodire la frutta. Mi ricordo anche la mostra dei presepi, andavo con lui nelle case per scegliere quello da premiare. Veniva da una famiglia contadina di Catene di Villorba e non ha mai voluto allontanarsi dal suo paese: era il sesto di 12 figli, ha incominciato a correre in bicicletta per aiutare in famiglia e come atleta era l'unico in casa a mangiare la carne. Raccontava che da bambino portava via pannocchie dai campi vicini per rivenderle. Da professionista ha vinto qualche gara, ma è diventato famoso perché è arrivato ultimo al Giro d'Italia. Allora si vestiva la maglia nera e voleva dire soldi e giro d'onore al Vigorelli, lui lo fece col vincitore, Fiorenzo Magni. Per lasciarlo a casa, l'anno dopo la sua squadra gli ha dato in cambio 100 mila lire con le quali ha aperto il negozio a Treviso. Il suo testimone di nozze era un ciclista veneto famoso, Antonio Bevilacqua di Santa Maria di Sala, campione del mondo nell'inseguimento».


Come era lavorare con lui?
«Mai lavorato un giorno assieme a mio padre, lui era nel negozio in centro, io dal 1983 sempre qui a Villorba nella verniciatura. Era un uomo severo, io correvo in moto e non in bici, studiavo poco e fumavo molto e lui odiava il fumo. Non sapendo niente di bici, dovevo imparare tutto e ho avuto un maestro nel meccanico Gastone. Ho iniziato ad andare in bici quando avevo 35 anni; ho anche smesso di fumare. Conosceva i miei limiti, mi lasciava anche sbagliare perché imparassi. Conosceva anche i suoi limiti: il costruttore di bici che ha corso da giovane conserva la mentalità del ciclista professionista».


Come siete arrivati a fabbricare biciclette?
«Papà lavorava con il vecchio Paglianti che era il Pinarello di una volta; aveva corso con la sua squadra, poi si è fatto una squadra sua con Aldo Tognana appassionato di ciclismo. Fino ad allora vendeva biciclette e ciclomotori di ogni tipo. Io scaricavo Ciao, Garelli, la Vespa, soprattutto la Graziella della Carnielli. Dopo gli studi ho incominciato a fare il verniciatore. Conta la passione che ti fa fare quella che consideri la bicicletta più bella del mondo. Questo mi ha tramandato mio padre: fare la bici che vinca il Giro d'Italia. Fatalità quella che ha vinto nel '75 non l'avevo verniciata io perché ancora andavo a scuola. Tutte le altre sono passate da me: abbiamo vinto 15 Tour de France, 8 Giri d'Italia, 3 Vuelta, senza contare i mondiali e le Olimpiadi».


Chi è per lei il più grande ciclista?
«Non ho dubbi: Eddy Merckx è stato il più grande ciclista della storia, siamo diventati amici, conservo un dollaro con dedica firmato alla Fiera di Los Angeles. Ma quello che ha dato la svolta alle nostre biciclette è stato Miguel Indurain. Era il campione e mi sembrava inarrivabile, ci siamo conosciuti meglio quando è venuto a Treviso per costruire la bicicletta per il record dell'ora: con lui siamo entrati nella galleria del vento, abbiamo ragionato di aerodinamica, di telai in carbonio. È il nostro testimonial gratis per tutta la vita. Altro grande atleta è stato Jean Ullrich, era rimasto orfano di padre da bambino, veniva dalla Germania Est, ha avuto qualche problema tra alcool e doping. Oggi, non c'è dubbio, Filippo Ganna».


Come sarà la bici del futuro e chi è il ciclista?
«Non avrà la pedalata assistita. È un mezzo per stare bene, ma pur sempre facendo fatica. Sarà sempre più leggera, più aerodinamica. Siamo tutti un po' ciclisti, si va in bicicletta perché piace, è un po' anche una sorta di malattia. In bici può andare chiunque, non contano età, peso, sesso. Puoi farlo da solo, negli altri sport devi essere almeno in due. È una forma di libertà, non ha controindicazioni, l'unica è che ti rubino la bici. Il Veneto è una terra di ciclisti, Treviso la città più ciclistica d'Italia e i Pinarello ci hanno messo qualcosa in questo primato. Il prossimo Giro arriva a Treviso, ci ha dato una mano Zaia che si è sempre speso per il ciclismo».

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Ultimo aggiornamento: 17:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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