Assolti per la morte del barista: i fratelli Stella lanciano un'associazione contro l'odio sui social

Martedì 22 Giugno 2021 di Giuliano Pavan
FRANCESCO E ALBERTO STELLA, LA MOGLIE SARA POLIDORO, IL PADRE RAFFAELE STELLA

FARRA DI SOLIGO - Con la morte di Alessandro Sartor non hanno nulla a che fare. Il barista 46enne di Cison di Valmarino non è stato picchiato, ma è stato stroncato da un infarto la notte tra il 30 e il 31 maggio 2019 all’esterno del bar dove lavorava a Tovena. Il gip di Treviso ha infatti archiviato la posizione di Alberto e Francesco Stella. E ora, a distanza di due anni dai fatti (e quattro giorni passati in carcere perché accusati di omicidio preterintenzionale, ndr), i due fratelli hanno voltato pagina. Chiedono che chi li ha accusati ingiustamente paghi. Ma hanno anche un altro obiettivo: fermare i leoni da tastiera. Già, perché al di là del sollievo e della soddisfazione derivanti dall’accertamento della verità, la famiglia Stella è ancora segnata dalla marea di insulti e minacce che ha ricevuto e di cui è tuttora bersaglio. Motivo per cui ha fondato l’associazione “Liberi dall’odio”: il fine è promuovere una serie di iniziative volte a educare le persone, partendo dai bambini, a non utilizzare i social per sfogare la rabbia ferendo irrimediabilmente altre persone.

L’INPUT

L’idea parte da Sara Polidori, moglie di Alberto Stella, che lavora in una scuola dell’infanzia, e dal padre dei due ragazzi, Raffaele, che ha raccolto il testimone dal fratello Gianantonio, scomparso poco più di due mesi fa. «Abbiamo vissuto un incubo - afferma Raffaele Stella - fatto anche di un giustizialismo spinto che si è sviluppato su internet. È stato devastante: in tre giorni, anche con l’aiuto dei media, la reputazione e l’onorabilità dei miei figli è stata rovinata. Sono stati dipinti come delinquenti, come viziati figli di papà: i social si sono scatenati contro di loro. Io e mia moglie ci svegliavamo di notte pensando ad Alberto e Francesco in carcere. Ci chiedevamo se i compagni di cella li trattassero bene. E abbiamo scoperto che i veri nemici non erano dietro le sbarre ma fuori, a piede libero. Ho visto commenti, anche di persone che conosco da tempo, che dava contro i miei figli gridando vendetta. Ho avuto paura».

IL MESSAGGIO

A presiedere la neonata associazione è la moglie di Alberto Stella, Sara Polidori, che per prima ha subito l’odio che si è scatenato contro suo marito e suo cognato. «Questa vicenda ci è piombata addosso a due mesi dal matrimonio - ricorda Sara - È stata una prova, abbiamo superato un momento terribile scoprendoci più forti e uniti di prima. Siamo davvero una famiglia. Non è stato facile neppure tornare a lavorare: sentivo l’odio delle persone, soprattutto dei genitori dei miei bambini. Mi sentivo osservata e giudicata. Ma quello che ci ha fatto più male sono stati gli insulti, le minacce e le sentenze sui social. E così abbiamo deciso di dover fare qualcosa, dovevamo intervenire in qualche modo ed è nata l’associazione che abbiamo scelto di chiamare “Liberi dall’odio”. Abbiamo come scopo quello di andare nelle scuole e promuovere la lotta contro i leoni da tastiera, con l’aiuto di psicologi, sociologi e professionisti. L’ignoranza si combatte con l’educazione e la formazione. Un altro obiettivo è arrivare a presentare una proposta di legge seria contro l’odio sui social: lo Stato deve intervenire, le persone non possono sentirsi libere di minacciare chiunque senza avere paura delle conseguenze. Un primo passo, secondo me, sarebbe l’eliminazione dei profili falsi o anonimi: ci si potrebbe ad esempio registrare sui social con il codice fiscale. E infine l’associazione si occuperà anche di sostenere tutte quelle vittime che si dovessero trovare da sole a combattere contro questo fenomeno». 

Ultimo aggiornamento: 07:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA