Il "discorso di Capodanno" di Natalino Balasso in diretta alla Zoppas Arena

Domenica 25 Dicembre 2016 di Giambattista Marchetto
Il "discorso di Capodanno" di Natalino Balasso in diretta alla Zoppas Arena
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Discorso di Capodanno da Conegliano per Natalino Balasso. L'attore-autore polesano sarà infatti protagonista nella notte della vigilia (dalle 22.30) alla Zoppas Arena di Conegliano (info 0498644888 - ZedLive, quasi tutto sold out). Sarà qualcosa di diverso dalla breve, fulminante invettiva che ogni anno pubblica sul suo canale YouTube nei primi giorni del nuovo anno. «In video ci andrà il solito quarto d'ora di sintesi, ma dal vivo avrò l'occasione di approfondire alcuni nodi importanti», annuncia l'istrionico Balasso. Quindi c'è da prepararsi per un discorso di tre ore e più. 
Il 2016 ha fornito materiale in abbondanza per riflettere: da dove partirà? 
«Quello che mi sembra evidente è una sorta di carenza generalizzata di intelligenza collettiva. Lo noto leggendo le notizie e i commenti sui social, lo trovo anche nelle espressioni di gente che magari è d'accordo con me. Stiamo diventando incapaci di ragionare. Siamo sempre più dei tifosi, astiosi, quello che non ci piace lo vogliamo eliminare». 
E sempre più spesso questo vale per l'intero sistema, per dirla in inglese per l'establishment.
«Spesso noi ci comportiamo tutti come se fossimo portabandiera di un popolo oppresso da una elite, ma le cose non stanno più così. Non esiste alcun popolo oppresso, non esiste alcun establishment». 
Davvero? 
«Massì, ci sono persone del popolo che a turno arrivano a formare una roba che possiamo chiamare establishment, ma che non è altro che il prodotto della cultura del popolo. Questa è una cosa che dobbiamo accettare, perché noi siamo fatti così. È ora di ammettere che i barbari siamo noi». 
Ma allora quei discorsi su chi governa le sorti del mondo e ha perso il contatto con la gente? 
«Credo non ci sia un potere a priori che ci domina. Credo piuttosto che noi non siamo più in grado di produrre cultura, anche di sistema. Perché non esiste un sistema sbagliato a priori, il sistema permette di organizzarci e sopravvivere. Solo che quando arriviamo a gestire qualche leva del sistema subito ci buttiamo dentro la cultura di cui siamo imbevuti. Allora il problema è l'educazione dei bambini». 
Cioè ripartire dalla scuola? 
«Dalla scuola, certo, ma anche da tutti noi. Tanto dipende da quello che diciamo davanti al telegiornale. Se facciamo discorsi di odio davanti alla tv, presupponendo di avere sempre ragione, stiamo tirando su generazioni che non promettono niente di buono». 
Qualcuno parla di crisi della democrazia. 
«È un discorso stupidissimo. La democrazia non è altro che un sistema, un processo per capire cosa pensa la maggior parte della gente. È anche un buon sistema, mi sembra. Ma perché funzioni bisogna che la maggior parte della gente abbia accesso all'informazione e che sia in grado di elaborarla, oltre che saper riconoscere l'informazione sbagliata. Sì, perché la controinformazione è quella ufficiale e serve applicare qualche filtro. Perché altrimenti poi la gente si scanna senza nemmeno sapere cosa sta dicendo». 
Un atteggiamento che in Italia sembra dimenticato.
«Purtroppo in Italia - e in Veneto ci stiamo distinguendo - stiamo espellendo dall'educazione dei bambini l'idea che esista la diversità. L'omologazione sta riprendendo piede. Stiamo tornando all'800». 
È un fatto italiano o l'Italia è un modello in piccolo del mondo? 
«Dire che è un microcosmo rispetto al mondo. Però ci son troppe cose che non conosco, quindi è già tanto se posso parlare degli italiani. Le migrazioni sono problemi grossi, da noi come negli Usa, e ognuno risponde con gli strumenti che ha. Un barbaro risponde con i muri, anziché tentare di capire come mai le zone più povere del mondo si impoveriscano sempre più. È stupido combattere la povertà combattendo i poveri». 
Eppure lo scenario generale sembra disperato e le società sembrano chiudersi a riccio. No? 
«Può darsi che sia così, però questo è anche legato al racconto in cui viviamo. Gli autori del racconto amano le cose più estreme, ma ci sono milioni di persone che fanno cose belle. Ci sono milioni di disoccupati e milioni di persone che lavorano. Si finisce per ragionare di pancia e la pancia è sempre ignorante». 
Lei dice di raccontare i demoni che abbiamo dentro, ma come si contestualizzano oggi? 
«Non so fare nomi e cognomi dei demoni, ma certo ci viene proposto come modello il consumo (di cose o esperienze) per sentirsi adeguati». 
C'è qualche speranza per l'Italia? 
«Una speranza c'è sempre. Dobbiamo capire che il nostro atteggiamento esasperato nei confronti delle cose è dentro di noi, se non comprendiamo la diversità faremo sempre muro contro muro. E ci saranno sempre vincitori che cantano vittoria e avversari sempre più incazzati».

Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 19:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA