Il re delle cucine venuto dal nulla: ora la sua azienda fattura 16 milioni di euro

Lunedì 13 Gennaio 2020 di Edoardo Pittalis
Cucine Home. ​Il re delle cucine venuto dal nulla: ora la sua azienda fattura 16 milioni di euro
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Agostino Mirsayev, nato a Soligo 61 anni fa, ha creato La Home: azienda con 54 dipendenti e fatturato da 16 milioni euro «Mio padre era un prigioniero sovietico scappato dal treno dei tedeschi a Conegliano, non so quasi niente delle mie origini».

L'INTERVISTA
Per cercare i parenti russi che non ha mai conosciuto è andato fino al "Chi l'ha visto?" dell'Azerbajan e anche in una trasmissione simile nella tv della Russia di Putin. Forse ha trovato una traccia, ma bisognerà attendere il risultato delle analisi del Dna che a Mosca hanno tempi senza tempo. Intanto, si è tolto una soddisfazione: le cucine di lusso prodotte dalla sua azienda, la Home di Cison di Valmarino, si vendono benissimo in tutta l'ex Unione Sovietica, specie a Baku e a Mosca.



Agostino Mirsayev, nato a Soligo, 61 anni, ha una storia straordinaria. Il padre Carlo era un prigioniero sovietico scappato dal treno dei tedeschi che stavano abbandonando il Veneto negli ultimi, convulsi e sanguinosi giorni di guerra. Sapeva di essere condannato a morte, così vicino a Conegliano si gettò dal vagone salvandosi.
Da quel momento la vita di Carlo ricominciò in Italia. Nel 1950 a Soligo si sposò con Giovanna Stella, si erano conosciuti a Conegliano dove entrambi lavoravano per una contessa, lui come autista, lei come domestica. Dal matrimonio sono nati Agostino e Augusta. Carlo non ebbe più contatti con la famiglia d'origine che aveva lasciato a Baku, allora Unione Sovietica; non seppe più niente e non è mai diventato cittadino italiano: gli rinnovavano il permesso di soggiorno ogni cinque anni, c'erano rapporti complicati tra l'Italia e quella repubblica sovietica oltre la cortina di ferro. «Mio padre aveva messo un muro sul suo passato, forse mia madre sapeva di più, ma probabilmente non doveva parlare».

Agostino ha trovato per la prima volta il nome dei nonni alla morte di Carlo nel 1966, era scritto su un pezzo di carta conservato nel portafogli del padre. Da allora ha inseguito la speranza di ricomporre la storia della sua famiglia. Due anni fa è andato in Azerbajan e si è presentato alla tv nazionale per cercare i parenti, accompagnato da un interprete. Ha scoperto, grazie alla televisione, che il padre aveva tre fratelli e una sorella: i maschi erano stati dati tutti per dispersi in guerra (lo stesso Carlo era disperso), la sorella si sarebbe trasferita con quattro figli da Baku a Mosca. «Le speranze ci sono sempre, sono sempre in contatto con la tv azera, ho chiesto di fare a spese mie la prova del Dna, ma laggiù non è una cosa semplice. I documenti erano tutti a Mosca, dopo la fine dell'Urss è quasi impossibile sapere esattamente dove sono stati conservati. Mosca è enorme, complessa, ci vado più volte l'anno per lavoro, ho anche provato con l'ambasciata italiana. Chissà dove sono questi documenti? A Baku non c'è niente, è una città grande come Roma, sul Mar Caspio. Ho clienti nella città di mio padre».

Come è cresciuto Agostino nelle colline del Prosecco?
«Ero un bambino terribile, non mi piaceva l'asilo, sono scappato dopo un giorno. Ho studiato a Pieve di Soligo e sono diplomato ragioniere. Mi sono sempre alzato la mattina alle cinque per studiare, studiavo solo al mattino. E dalle medie al diploma sono stato il più bravo della classe. Da mio padre ho preso la memoria, era un campione di carte Trevigiane, nelle gare si vincevano polli e salami. Da mia madre ho preso la voglia di lavorare, ogni mattina alle 6,30 sono in azienda e ci resto fino alle sette di sera, non mi stanco mai. Mio padre era operaio, in famiglia non si navigava nell'oro, da ragazzino ero specializzato in firme di giustificazione, ero bravissimo nell'imitarle, ogni firma un panino. Per cinque anni di superiori ho fatto ogni giorno merenda gratis. Oggi posso dirlo, è caduto in prescrizione!».



Quando è nata la sua azienda di cucine?
«Trent'anni fa, finita la scuola ho lavorato per otto anni in un'azienda di cucine a Miane, dopo ho deciso di mettermi in proprio. Ho trovato tanti collaboratori validi, le cose stanno andando bene; siamo certificati per qualità, da 15 anni rispettiamo l'ambiente sotto ogni aspetto, molto prima che nascesse Greta. L'azienda è nata per un'idea pazza di gioventù, avevo 27 anni e voglia di mettermi in gioco. Il primo computer è stato un assemblaggio di pezzi presi in giro, me lo sono costruito da solo, ho la passione dell'informatica e in questo come azienda siamo un passetto avanti. La Home cucine oggi ha 54 dipendenti, fattura 16 milioni di euro, vende metà della produzione all'estero. A Cison di Valmarino facciamo più di 10mila cucine l'anno: una linea classica, una moderna e una luxury. Durante il percorso abbiamo avuto anche qualche riconoscimento, siamo appena stati inseriti da Intesa San Paolo in un pool di aziende chiamate imprese vincenti: 120 in tutto, su 1800 che erano candidate. La nostra storia è anche citata su testi accademici dell'Università di Padova, ora vengono da Bolzano per studiarci. Siamo stati anche tra le cinquanta aziende che hanno organizzato una settimana di iniziative a Matera capitale europea della Cultura: con i musicisti del San Carlo di Napoli si è esibito un giovane violinista di Vittorio Veneto, Emanuele Bastanzetti».

Che problemi incontrate come azienda?
«Troppa burocrazia e troppi adempimenti ai quali un'azienda deve rispondere. Ci siamo sempre adeguati al mercato, non è il mercato che si adegua alle aziende, devi fare i cambiamenti e in maniera veloce. Siamo entrati nel reparto delle quantità importanti di cucine che vengono ordinate per residenze, condomini. Ho sempre seguito personalmente i mercati esteri: Svizzera, Russia, Emirati Arabi e negli ultimi anni il mercato americano dove il Made in Italy è visto come una cosa veramente importante. Quando arrivano clienti da fuori apprezzano il nostro modo di lavorare, di vivere, ma soprattutto cucina e vino».

I momenti più difficili?
«Ogni mattina quando arrivo per primo e apro l'azienda mi posso trovare davanti un problema e devo risolverlo. L'insegnamento di mia mamma è sempre stato: Vai, non fermarti. Il momento più esaltante è quando dall'estero ti confermano lavori importanti o quando dicono che le tue cucine hanno fatto una grande figura. Un mese fa a Brooklyn ci hanno fatto i complimenti per un condominio completo di cucine. Abbiamo anche negozi nel mondo che trattano solo il nostro prodotto: in Florida, a Lugano, a Mosca, in Giordania, a Dubai, in Egitto. Ci vorrebbe una tranquillità di fondo per poter fare bene il proprio lavoro, più possibilità di affrontare i cambiamenti repentini fiscali, più stabilità del quadro generale».

Quali sono le passioni di Agostino?
«Non mi resta il tempo. Qualche anno fa ero dirigente della Pallavolo Miane portata nell'ultima stagione alla serie C. Per il calcio sono juventino, vado poche volte allo stadio di Torino, ma quando ci vado porto fortuna: minimo la Juve fa tre gol, l'ultima è stata contro l'Atletico Madrid. Sono bianconero da piccolo, quando giocavano Zoff e Haller. Facevo collezione di figurine Panini, ho ancora gli album a casa. La fame era tanta da ragazzo, è rimasta. Oggi mi piace la buona tavola e in questa zona c'è di tutto e di più. Sono cresciuto a fagioli, polenta, pollo, conigli che mia madre allevava in casa. Dopo la morte di mamma mi mancano queste cose Sono zone anche di vino buonissimo e bellissime, le colline del Prosecco sono diventate patrimonio Unesco e per me questa dichiarazione ha valore doppio: è stata fatta a Baku dove ci sono le mie origini. Si sono unite le mie due anime. Naturalmente c'è la grande speranza di riuscire a trovare i miei cugini per capire qualcosa di mio padre, di lui conosco la storia italiana, ma non so cosa aveva fatto prima. Metà del mio sangue è sovietico, devo farcela, non fermarti diceva sempre mia madre».
Edoardo Pittalis Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 13:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA