«Ti amo papà, guarisci», il disegno della bambina al genitore in isolamento

Domenica 29 Marzo 2020 di Mauro Favaro
TREVISO - “I love my daddy”. Io amo il mio papà. Sono le parole scritte dalla figlia di un trevigiano di 49 anni contagiato dal nuovo coronavirus e ricoverato nella terapia semi intensiva di Treviso. È entrato in ospedale due settimane fa: subito in isolamento. Da allora la sua bambina quelle parole non ha più potuto dirgliele di persona. E così le ha colorate sul foglio, accanto a un cuore rosso, che ora brilla ai piedi del letto dove suo padre sta combattendo contro il Covid-19. Ci sono le attenzioni e le cure dei medici e del personale sanitario del Ca’ Foncello: insostituibili. E a queste si aggiunge il messaggio di incoraggiamento di chi attende a casa, senza mai perdere la speranza che vada effettivamente tutto bene.
 “È DURISSIMA” Le condizioni del 49enne per fortuna stanno migliorando. Dopo due giorni passati in Rianimazione, il 16 marzo è stato trasferito nella terapia semi intensiva. Adesso ha ripreso a parlare, finalmente senza troppi affanni. «Il respiro è la cosa fondamentale: se manca, non c’è vita – ha raccontato ai microfoni del Tg2 – sto cominciando a recuperare. È durissima. Ma si può vincere. Con questo coronavirus bisogna avere tanta pazienza». Senza farsi prendere dal panico. «Se ci si agita, diventa tutto ancora più difficile – aggiunge – se non si resta tranquilli, quando ci si mette il palloncino per respirare meglio succede l’inferno». In questo periodo di isolamento, i medici, gli infermieri e gli operatori sono sempre al suo fianco. «Voglio ringraziare tutti – sottolinea il 49enne – hanno dato il massimo anche in condizioni estreme. Sicuramente nemmeno per loro la vita adesso è facile. Ma voglio che sappiano che sono semplicemente straordinari».
 SFORZI ENORMI Il personale sta facendo davvero di tutto. Non si guarda più alla cadenza dei riposi. Tanto meno a quella delle ferie, che alla luce dell’emergenza sanitaria sono completamente saltate. Nemmeno gli orari sono più quelli di prima. Impossibile. Ormai si resta È sempre in ospedale più del dovuto. Una forma di volontariato silenziosa che merita assolutamente di essere evidenziata. I problemi non mancano. Nessuno li nasconde. Ma si fa l’impossibile per andare oltre. «Ci siamo organizzati in modo estremamente preciso – raccontano gli infermieri che lavorano in prima linea nei reparti di Terapia intensiva, Pneumologia e Malattie infettive – le unità sono state di fatto riviste attraverso la creazione di una zona sporca e di una zona pulita». Per zona sporca si intende quella contaminata dal coronavirus, dove si trovano i pazienti contagiati. Quella pulita, invece, è l’area dove il personale gestisce le attività e prepara tutto quello che serve. Chi lavora nelle diverse aree non si incrocia mai. «Così scongiuriamo il rischio di diffondere il virus anche dove non è arrivato – spiegano gli infermieri – è come se in mezzo al reparto ci fosse proprio una linea invalicabile. Come una specie di trincea: tutti lavorano rimanendo nella propria parte». All’inizio le difficoltà sembravano irrisolvibili. Ora si stanno prendendo le misure. L’Usl continua a ricavare nuovi posti per i pazienti positivi al Covid-19. E la chiusura delle attività ordinarie, cioè la sospensione di tutte le visite e di tutti gli esami non urgenti, ha permesso di recuperare personale, trasferendo negli ospedali quello normalmente impiegato nei poliambulatori. La differenza si sente. In Pneumologia, ad esempio, sono stati aggiunti venti posti letto attraverso il trasferimento della Gastroenterologia all’interno del settore della Chirurgia generale. All’inizio dell’emergenza di notte c’erano in servizio solamente un paio di infermieri. Adesso si è passati a tre, più un operatorie sociosanitario. E la rincorsa non è ancora finita. Dalla prossima settimana, inoltre, pure la Riabilitazione verrà trasformata in un reparto Covid. Si resta in trincea. La battaglia continua.
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