Braccianti senza paga sfruttati nelle vigne, tra loro anche dei minori: «Dormivamo per terra senza acqua e luce»

Giovedì 16 Settembre 2021 di Maria Elena Pattaro
Braccianti nei vigneti
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RONCADE - «Mi avevano promesso una paga di 6 euro all'ora e un contratto regolare. Ma non ho mai visto né i soldi né il contratto. Anzi quando sono andato a protestare hanno minacciato di morte me e anche la mia famiglia, rimasta in Pakistan. Ci svegliavano all'alba, ci caricavano sui furgoni e poi via a lavorare nei vigneti fino a sera (anche per 12 ore, ndr), anche di sabato e domenica. Senza abbigliamento adatto né protezioni». Le parole sono quelle di A. S. 40 anni, uno dei dieci braccianti pakistani finiti nella rete del caporalato trevigiano. Ieri mattina, 15 settembre, lo straniero ha testimoniato insieme ad altri due connazionali durante il processo che vede alla sbarra Dil Khurram, 33enne pakistano, il connazionale Junaid Arshad, 32 anni e la trevigiana Monica Corrò, 51 anni. I tre erano stati arrestati a maggio dell'anno scorso insieme alla 32enne spagnola Sorayam Casarrubbio Gonzales dai carabinieri di Treviso e Roncade e del Gruppo Tutela del Lavoro di Venezia. Secondo gli inquirenti, i due pakistani e le rispettive compagne, titolari di un' impresa agricola con sede a Treviso, reclutavano stranieri da impiegare come manodopera per aziende del territorio. Dieci i pakistani sfruttati in nero: fra loro c'erano anche dei minori. Le due coppie erano finite in manette con l'accusa, a vario titolo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro in concorso, incendio aggravato e tentata violenza privata.

«C'ERA CHI DORMIVA PER TERRA»
«Ho conosciuto uno dei due titolari mentre lavoravo per un'altra azienda. Mi ha promesso una paga migliore così ho accettato di lavorare per lui - ha spiegato il teste in aula -. Ma i soldi che mi spettavano io non li ho mai ricevuti. Abitavamo a Roncade: 30-35 persone in due appartamenti, 5-6 per stanza. Non c'erano letti per tutti. Alcuni dormivano per terra».

MINACCE A CHI PROTESTAVA
La giornata tipo? Sveglia alle 5.30 per raggiungere i campi senza dare troppo nell'occhio, mezz'ora di pausa pranzo e poi un'altra mezza giornata a spaccarsi la schiena chini sui campi o tra i vigneti. Niente guanti antitaglio, occhiali o scarpe antinfortunistiche. «Le scarpe erano le nostre. Ci davano le forbici per le vigne ma dovevamo pagarci pure quelle, oltre all'alloggio e al cibo - ha spiegato il testimone -. In cambio del mio lavoro ho ricevuto solo qualche pacchetto di sigarette. A chi si lamentava di più davano 10 o 20 euro ogni tanto perché stessero buoni». Se qualcuno faceva la voce grossa i caporali chiudevano le utenze lasciando i braccianti senza luce, acqua e gas oppure passavano direttamente alle intimidazioni. Il ventaglio di minacce era ampio: dalla denuncia alla polizia di chi era irregolare in Italia, alla morte, passando attraverso le ritorsioni sui famigliari rimasti in Pakistan. «Mi hanno detto che mi avrebbero ucciso e avrebbero fatto del male alla mia famiglia se non avessi smesso di protestare» - ha concluso il lavoratore sfruttato. In qualche caso dalle parole si era passati ai fatti: a febbraio del 2020 Khurram aveva appiccato fuoco all'auto di un connazionale che stava collaborando con i militari facendo da interprete ai braccianti che avevano deciso di rompere il silenzio sul caporalato di cui erano schiavi.
 

Ultimo aggiornamento: 09:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA