Minacce e schiaffi al prof per un rimprovero al figlio, genitori rom condannati. Il docente: «Un calvario»

Falsone: "I professori sono una categoria vessata, presa tra due fuochi, quella dei dirigenti e l'altra dei genitori"

Sabato 26 Novembre 2022 di Valeria Lipparini
Giuseppe Falsone, professore picchiato da genitori rom
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PAESE - Sono trascorsi cinque anni dalla spedizione punitiva contro il docente dell'istituto comprensivo Casteller di Paese, accusato dalla famiglia rom di aver spintonato in classe un alunno 12enne. Ieri, il giudice di pace del Tribunale di Treviso, ha condannato entrambi i genitori rom, il padre per minacce e per lesioni personali, in quanto aveva assestato uno schiaffo al professor Giuseppe Falsone, a pagare 1000 euro di multa, la madre per le sole minacce a una multa di 600 euro, oltre all'obbligo del risarcimento delle spese legali. L'avvocato Maria Elena Di Stefano, che ha assistito il professore da tre anni insegnante di scienze e biologia al liceo classico Canova, presenterà ricorso in sede civile per ottenere il risarcimento dei danni biologici e materiali.


LE RAGIONI
«E' stato un calvario, ma ho intrapreso la strada della denuncia e del processo - racconta il professor Falsone - per un desiderio di giustizia e anche come battaglia per la scuola. I professori sono una categoria vessata, presa tra due fuochi, quella dei dirigenti e l'altra dei genitori. Volevo far capire a tanti colleghi che non bisogna abbassare la testa, ma credere nella serietà del proprio lavoro e far valere i propri diritti».
La spedizione punitiva alla quale aveva partecipato pure il figlio 16enne della coppia rom (già condannato dal Tribunale dei minori) aveva dato luogo anche a una serie di accuse che la famiglia rom aveva mosso al professore, per cui era stato aperto un procedimento disciplinare da parte della scuola. L'accusa di abuso dei mezzi di correzione era stata archiviata, restando in piedi solo le contestazioni a carico dei due gentori del 12enne. Falsone avrebbe, insomma, pagato con le botte il fatto di aver rimproverato l'alunno che non voleva, come tutti gli altri compagni, uscire durante la ricreazione, violando così il regolamento d'istituto. Era stato un bidello a chiedere l'intervento dell'insegnante dopo che il 12enne si era ostinatamente rifiutato di lasciare il proprio banco per andare in cortile insieme ai compagni. Sarebbe allora intervenuto accompagnandolo fuori, prendendolo per un braccio. Tornato a casa il ragazzo raccontò tutto ai genitori, che chiesero e ottennero un colloquio con il professore di matematica, avvenuto due giorni dopo i fatti. All'incontro si presentarono madre, padre e fratello maggiore e finì a botte.


IL TRASFERIMENTO
«Non mi sono sentito tutelato dalla scuola per cui lavoravo e per questo ho chiesto il trasferimento. L'ex dirigente, nelle intenzioni di accertare i fatti, aveva avviato un'indagine e poi era stata promossa una raccolta firme contro la mia supposta mediaticità a cui aveva aderito il 50 per cento dei docenti» attacca Falsone. Che prosegue: «Ho deciso fin da subito di raccontare quello che era successo senza alcuna intenzione di infangare la scuola. Ho raccontato le difficoltà della scuola che negli anni si è trasformata in un'azienda in cui tutto viene prodotto a vantaggio del consumatore, che sono le famiglie. Mentre gli operai artefici dell'insegnamento sono all'ultimo posto».

Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 08:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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