Blackfin, titanio tra le Dolomiti via Giappone: un'eccellenza del "made in Italy"

Blackfin, titanio tra le Dolomiti via Giappone: un'eccellenza del "made in Italy"

di Gianluca Salvagno

TAIBON AGORDINO - «Oggi non basta più avere un buon prodotto, è fondamentale dargli un'anima e saperlo raccontare con una storia». Nicola Del Din a 33 anni nel 2007 ha capito che per rilanciare l'azienda di famiglia in profondo rosso con 16 dipendenti doveva diventare un venditore d'anime e un cantastorie, prima ancora che un produttore di occhiali. Ha incontrato il trevigiano Giancarlo Recchia che ha creduto nel suo sogno e gli ha detto: «Tu pensa a lanciare il brand, ai conti ci penso io».

Dieci anni dopo la Blackfin ha 75 dipendenti, 23 agenti e un fatturato di 10 milioni di euro. Abbarbicata in posizione seminascosta subito dopo Agordo, da qui ogni giorno escono 650 paia di occhiali in titanio. Ed è l'unica occhialeria in Italia (seconda in Europa per importanza) a lavorare questo metallo a 1100 gradi che arriva tra le Dolomiti direttamente dal Giappone in lastre da 2 millimetri di 2 metri per 2 e lastre di beta titanio da 0,5 millimetri per realizzare le aste.

LA FONDAZIONE - «Mia madre, Maria Pramaor, è stata la diciottesima dipendente di Luxottica - racconta Del Din - e nel 71 lascia la tuta di operaia per fondare il suo laboratorio Pramaor che gravita sempre attorno all'azienda di Leonardo Del Vecchio. Gli affari funzionano, tanto che anche mio padre si licenza dall'azienda dove lavorava per unirsi a lei. Erano gli anni in cui chiunque, anche senza capacità imprenditoriali, riusciva a produrre occhiali. Ma papà intuisce che era una bolla destinata a sgonfiarsi e vuole differenziarsi. Nel 90 inizia a pensare al titanio, evoluzione complessa del metallo con cui erano abituati a lavorare fino a quel momento, con un viaggio in Giappone di un mese per studiare materia e macchinari».
In quel periodo il distretto dell'occhiale bellunese diventa la Cina dei tedeschi e per la Pramaor essere terzisti di Luxottica, Marcolin e Safilo non basta più per restare in piedi. «Sono entrato in azienda nel 98 a 23 anni e mi sono ritrovato in una situazione da panico - ricorda Nicola Del Din - durata fino al 2007. Per fortuna i nervi hanno retto, ma da quel periodo nero ho imparato molto».

LA NICCHIA
Nel 2008 l'idea vincente: Blackfin. Nasce come piccola collezione in titanio, venduta al doppio degli occhiali normali. Ma il lusso piace e il prodotto decolla, tanto che nel 2010 smettono di fare i terzisti e si concentrano solo sull'affaire Blackfin, tramutando in start up un'azienda di 40 anni. «Nel 2011 abbiamo capito che dovevamo comunicare meglio il nostro brand - evidenza - e dal 2012 al 2016 abbiamo cercato di raccontare la nostra storia per raccontare il titanio con un'anima». E così quell'occhiale con il logo di un pesce inizia ad avere un packaging sempre più raffinato e nel 2014 arriva perfino a comparire in una teca all'interno dell'Harry's Bar di Venezia, grazie a una collaborazione con Arrigo Cipriani. Perché la strada ormai è segnata: brand di lusso destinato anche al mercato estero, tanto che Blackfin diventa sponsor pure del Teatro del silenzio di Andrea Bocelli, vetrina mondiale per esportare in Germania e Stati Uniti, mercati di riferimento con l'Italia.
IL PESCE
Strano che un occhiale prodotto in montagna abbia per simbolo un pesce. La verità è che il designer voleva che il marchio si chiamasse Fishfin (pinna di pesce), poi si è arrivati al compromesso Blackfin (pinna nera). Ma siccome Nicola Del Din, come detto è anche un cantastorie, la racconta così: «Il pesce richiama i fossili delle Dolomiti e, come l'oceano è diventato montagna, anche un piccolo terzista è riuscito a diventare un brand di alto livello». Il prossimo passo è ingrandire l'azienda (progetto già approvato) ed entrare nella terza fase: «Portare la produzione degli occhiali da sole al 10% per aumentare il fascino del brand - spiega - e da bellunesi/veneti/italiani diventare una piccola multinazionale». Senza spostarsi da Taibon? «Nel vecchio mondo di Madonna e Michael Jackson era meglio essere a Padova, perché vicinanza al cliente, velocità e grandi numeri era tutto, andava bene anche delocalizzare. Nel mercato attuale è meglio essere a Taibon, avere logo-persone-storie da raccontare. Gli americani vogliono storie vere e comprano storie: noi in Italia siamo pieni, ma non le sappiamo raccontare. Questo è il nostro problema».
Gianluca Salvagno
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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Sabato 18 Novembre 2017, 05:02






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2 di 2 commenti presenti
2017-11-19 08:08:39
Mi piace.
2017-11-18 17:50:00
bravi, anche se "blackfish" suonava meglio