Il crac Marzollo: quella colossale truffa che travolse le ricche famiglie venete, le banche e perfino il Patriarcato

Venerdì 25 Giugno 2021 di Adriano Favaro
Papa Luciani
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Cinquant'anni fa il Veneto fu travolto da una colossale truffa che coinvolse ricche famiglie, imprenditori, banche e perfino il Patriarcato di Venezia. Un agente di Borsa fece sparire miliardi (di allora) e se la cavò con pochi anni di carcere. Il denaro non fu più trovato Il crac Marzollo e la lezione dimenticata.

 

TREVISO - La bomba esplose il 30 giugno del 1971, 50 anni fa quando il Banco di Sicilia chiese all'agente di borsa Attilio Marzollo che operava sulla piazza di Venezia di rientrare quei miliardi di lire che lui stava gestendo. Prima timidamente poi con sempre più forza, come tutte le storie di chi fugge con i soldi degli altri, il crac Marzollo finì sulle prime pagine di tutti i giornali italiani la Procura della Repubblica firma il mandato di cattura l'8 luglio - mentre tremavano centinaia di parroci e parrocchie e migliaia di piccoli imprenditori, artigiani, operai. Più silenziosi ma non meno arrabbiati i grossi fornitori di denaro, molte importanti famiglie cattoliche di Venezia, istituti di credito compresi, lasciatisi convincere dai guadagni che Marzollo prometteva.


FIATO SOSPESO
La storia di una bancarotta per 30 miliardi di lire di allora, ma c'è chi parla anche di 50 miliardi (quindi dai due a tre miliardi di euro oggi) tenne col fiato sospeso tutti fino a quando il capo della squadra mobile della questura di Venezia Salvatore Barba lo arrestò nell'ottobre del 1971 in Danimarca ed iniziò una sofferta procedura di estradizione. Mentre il rampollo di una nota famiglia veneziana, sposato, residente in una villa a Roncade (Treviso) girava l'Europa con una valigia piena di soldi in valute pregiate era scappato il 18 giugno - per fuggire alla cattura anche la sua vita privata esplose. Si scoprì che oltre alla famiglia di Roncade, Attilio (eloquente, modi distinti, gusti raffinati) ne aveva un'altra con la bionda e slanciata tedesca Ursula Funk: scandalo nello scandalo visto che quell'uomo di fatto gestiva gran parte del denaro della curia di Venezia, proprietaria del Banco di San Marco nato nel 1895 l'istituto danneggiato dal crac in modo micidiale. In tribunale emerse una perdita di 24 miliardi; il capitale sociale era di 500 milioni.
Queste vicende di solito mescolano soldi, sesso (su ebay ancora si comprano a 60 euro foto dei due in vacanza) e quale mistero. Che non tardò ad uscire quando, anni dopo la vicenda, e Marzollo fuori, dal carcere si capì che per salvaguardare il Banco di San Marco già salvato dal fallimento dalle altre banche italiane - il Patriarca Cardinale di Venezia Albino Luciani (era arrivato nel 1969 in laguna da Vittorio Veneto), era stato a colloquio con monsignor Paul Casimir Marcinkus, l'uomo che reggeva le finanze Vaticane. Anche del dialogo tra i due si sa poco davvero: le ricostruzioni parlano di Marcinkus ostile e sprezzante verso il futuro papa Giovanni Paolo I. Albino Luciani, come ricostruirà Marco Roncalli nei suoi libri, voleva garanzie per le parrocchie e gli episcopati veneti dopo che la Banca cattolica (che aiutava con tassi favorevoli le istituzioni religiose) era stata in parte venduta al Banco Ambrosiano (con Calvi alla guida) all'insaputa dell'Episcopato Triveneto.


IL GRANDE CRONISTA
Tornando a Marzollo i cronisti che avevano incontrato bocche cucite o quasi nelle banche coinvolte e danneggiate, Credito italiano Banco di Roma, Banca Commerciale, Banco di Sicilia, Banco Ambrosiano e Banco di San Marco - si scatenarono quindi sulla vita privata dell'agente di borsa. E la cronaca racconta anche l'impresa di un giornalista del Gazzettino, Giovanni Bonzio, che riuscì, primo di tutti, polizia compresa, a scovare in Germania Ursula Funk, la compagna di Marzollo: donna che lasciò l'agente di borsa dopo il crac, con due figlie, ma stracolma di denaro. 
Mentre sappiamo tutto (o quasi) dei moderni crac bancari e dei sistemi con i quali prendere soldi ai clienti chiedersi come agisse Marzollo è fondamentale: aveva capito che gli sarebbe bastato qualche funzionario di banca compiacente (allora come ora) e soprattutto contava sull'inefficienza del sistema bancario.
I titoli di allora circolavano su certificati delle società emittenti. Ed erano necessarie settimane perché arrivassero a destinazione: così chi comprava titoli si appoggiava all'agente di cambio (attraverso una banca) e riceveva dall'agente documenti dove veniva certificato che i titoli in seguito sarebbero stati consegnati. Marzollo incassava i soldi e consegnava certificati falsi, che poi magari giravano cambiando proprietà. Bastava scolorina, gomma, penna e un po' di abilità come quella di un ragazzo delle medie per poter raggirare tantissima gente e depositare a proprio nome nelle banche svizzere decine di miliardi.


GUERRIERO
Marzollo di fronte alla bancarotta diventa un guerriero, anche se sulle prime scappa. Una volta in carcere - dove si parla di una trattamento favoloso con cena portata da fuori da grandi ristoranti e vino di annata - è intenzionato ad uscirne il più presto. Il processo di primo grado comincia nel marzo del 1974; coimputati i funzionari delle banche ma non i dirigenti delle banche poiche Marzollo e i curatori del fallimento, pochi giorni prima della sentenza, firmarono un concordato. Marzollo riconsegnò poco più di un miliardo uscito da una banca svizzera: degli altri miliardi non si seppe niente. Gli atti parlamentari conservano un'interrogazione sulla bancarotta di Carlo Aristide Dal Sasso, veneto, parlamentare missino; e poi quasi niente altro. Coprire. Coprire. Coprire.
Alla fine la Banca d'Italia, come si legge nelle cronache del tempo pur avendo severissimamente stigmatizzato, attraverso i suoi ispettori, il comportamento delle banche improntato a lucro e a rischio obbligò Banca Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma, tre istituti di interesse nazionale, a coprire l'enorme buco. Marzollo prese 9 anni in primo grado (pene minori per i funzionari di banca) pena ridotta in appello e restò in carcere di fatto poco più di tre anni.
Se a qualcuno sembra cronaca di adesso consigliamo di fare un giro su internet e leggersi l'articolo scritto sulla rivista Qualegiustizia dal giovane magistrato padovano Giovanni Tamburino (indagherà anche sul movimento fascista Rosa dei Venti e diventerà capo del dipartimento dell'amministrazione giudiziaria) scritto quando, nel 1978 svolgeva le funzioni di magistrato di Sorveglianza a Venezia. Si intitola la rieducazione del miliardario. Il caso Marzollo ed è una corrosiva, amarissima storia dell'incapacità della nostra giustizia: basta leggere le righe finali dell'articolo: Il caso Marzollo dimostra l'esistenza reale di detenuti che non hanno bisogno di trattamento e ai quali non si saprebbe quali opportunità offrire dato che dono perfettamente integrati, educati generosi e provvisti di un senso dell'amore non comune' fin da quando entrano in carcere. Non c'è nessun problema di rieducazione per persone pienamente educate (.) a che pro trattenerli in un carcere che si definisce il luogo di offerta di opportunità.
Attilio Marzollo morirà, a 57 anni, il 4 aprile 1984, l'anno in cui la mafia uccide il giornalista Giuseppe Fava, viene presentato il primo Macintosh, nasce la Lega Lombarda, viene abolita la scala mobile, ed esplode una bomba sul treno rapido 904: 16 i morti.
 

Ultimo aggiornamento: 16:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA