Antonella Candiotto, la signora dei contenitori: «Vorrei assumere donne, peccato che non ne trovi»

Domenica 29 Agosto 2021 di Alda Vanzan
Antonella Candiotto con il compagno Davide
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Scuote la testa: «Non ce ne sono. Io le assumerei, eccome, ma donne in ruoli tecnici non se ne trovano. Per questo dico che bisogna investire sulla formazione e puntare sulla scuola. Ma vi rendete conto di cosa significhi lavorare in azienda? Vuol dire avere uno stipendio fisso, potersi fare una famiglia, magari anche favorire la natalità».
Potremmo chiamarla la Signora dei Contenitori. Acqua, latte, bevande, qualsiasi liquido. La sua azienda, la Galdi di Postioma, in provincia di Treviso, produce macchine per fare i Gable Top, cioè i contenitori in cartone riciclabile che vengono utilizzati per i più disparati liquidi. Lo scorso marzo, in piena pandemia da coronavirus, è stato aperto il Galdi Village, un nuovo edificio che affianca la sede produttiva e che vuole essere un polo di innovazione per la «squadra» Galdi, per i nuovi talenti, per il territorio. Qui c'è non la mensa, ma il bistrot. C'è il cortile esterno con le sdraio per i momenti di relax. La palestra perché «abbiamo un sacco di ragazzi che fanno sport e si allenano». L'auditorium. E la chiamano fabbrica?
Antonella Candiotto, 48 anni, è la presidente di questa azienda metalmeccanica che, a suo modo, è uno dei non frequenti esempi di sviluppo aziendale familiare in Veneto. «Papà - dice - è stato bravissimo».
Perché bravissimo?
«Prima di tutto coraggioso perché ha intuito lo sviluppo di un settore andando oltre i confini nazionali. E generoso perché dopo aver fondato e lanciato l'azienda ha poi saputo dare spazio alle nuove generazioni. Non è da tutti fare un passo indietro. Era il 1985 quando mio papà Galdino ha avviato l'azienda nel garage sotto casa. Il nonno Vittorio aveva una latteria e papà, da sempre appassionato di meccanica, si era messo in testa di costruire le macchine per produrre i contenitori dove mettere il latte. Il nome di questi contenitori è Gable Top, li fanno la Tetra Pak e altre aziende. Noi costruiamo le macchine per produrli. Dal settembre del 2020 io sono la presidente della Galdi, papà guida la holding Mangh».
Venti milioni di fatturato, 99 tra dipendenti e collaboratori, più altre 16 persone all'estero. E il Covid non vi ha fermato.
«Produciamo di fatto per l'alimentazione, quindi abbiamo un codice Ateco che ci ha consentito di produrre sempre. Il lavoro non è mancato, i momenti di socialità - il compleanno di papà, la cena di Natale - sì. Perché questa non è solo un'azienda, è una squadra».
È vero che all'inizio lei non voleva lavorare nell'attività di famiglia?
«Mi sono diplomata ragioniera, nella testa di mio padre avrei dovuto lavorare in ufficio da lui. Ma io andavo matta per lo sport, ho scelto l'Isef e sono diventata insegnante di Educazione fisica. Dappertutto: in piscina, in palestra, nelle scuole. Ma non era quello che mi ero immaginato. La tesi l'ho scritta nell'ufficio dell'azienda dove lavorava la responsabile commerciale della Galdi. Lì ho capito che l'attività era cambiata, non era più il classico artigianato metalmeccanico. Quando poi ho partecipato a una fiera all'estero, è scattata la molla».
Che preparazione aveva?
«Nessuna, completamente a digiuno di competenze. La mia forza è stata quella di creare una squadra, di puntare sul capitale umano. E di avere come obiettivo il continuo miglioramento».
Come si definisce?
«Imprenditrice? Di fatto il mio lavoro è molto affine al ruolo di un allenatore di squadra».
State puntando molto sulla sostenibilità.
«Sì e per il quinto anno abbiamo anche presentato il bilancio di sostenibilità. Abbiamo affrontato il 2020 come una sfida trovando nel tema della sostenibilità e in particolare negli obiettivi di sviluppo sostenibile dell'Agenda 2030 uno strumento per creare una squadra sempre più unita e con un forte senso di appartenenza. Siamo partiti dieci anni fa introducendo la Lean production per la riduzione degli sprechi e la riorganizzazione delle risorse, abbiamo effettuato un'analisi sul Carbon footprint, fino ad adeguare il sistema di gestione ambientale».
Con quali risultati?
«Alcuni numeri? Abbiamo evitato di produrre 105 tonnellate di anidride carbonica, il 100% dell'acqua della linea di collaudo è recuperata e riutilizzata attraverso un impianto di filtraggio, su 190 tonnellate di rifiuti il 97,8% è riciclabile. Il futuro è lavorare su soluzioni sempre più sostenibili».
È finita l'èra della tuta blu?
«La figura del classico operaio da noi non c'è, noi puntiamo molto sugli Its, gli Istituti tecnici superiori, sui percorsi di alternanza scuola-lavoro, sulla specializzazione post diploma».
Quante donne in azienda?
«Venti. L'anno scorso, sotto lockdown, abbiamo assunto 14 persone, di cui 3 donne, di cui una manager, responsabile sicurezza e ambiente, che non è poi così scontato per un'azienda metalmeccanica. In dieci anni la manodopera femminile è raddoppiata, ma ho fatto tanta fatica».
Perché?
«È difficile trovare donne in ruoli tecnici. Io assumerei donne, ma non ne trovo. Per questo dico che bisogna proporre percorsi che avvicino le ragazze alle materie tecniche, alla tecnologia dell'informazione. Bisogna investire sulla scuola, ma poi bisogna anche offrire servizi alle donne a partire dagli asili nido».
Donne e lavoro, la politica poteva fare di più?
«Poteva fare molto di più e con un'ottica di lungo periodo. Che tipo di società vogliamo tra vent'anni? Io vorrei una società inclusiva, che cresce, che attrae talenti».
Cosa pensa del linguaggio di genere?
«Le parole sono importanti, non devono essere discriminanti. Preferisco presidente a presidentessa».
La vostra fabbrica è sindacalizzata?
«Abbiamo un sindacato presente con il quale c'è un'ottima relazione, ci sono trasparenza e dialogo. Ma direi che il confronto più che altro è tra le persone, non tra le cosiddette parti. Che io ricordi, non c'è stato uno sciopero».
Ha avuto anche un'esperienza in Confindustria Veneto Centro; le è piaciuto?
«Sì, dal 2014 al 2020 sono stata presidente del gruppo metalmeccanico e vicepresidente con delega alle relazioni sindacali. Una bellissima esperienza».
Ha detto che la vostra azienda ha lavorato anche durante il lockdown. Ma la pandemia ha inciso sull'attività?
«Ha inciso e continua incidere. Un esempio: abbiamo una filiale in Marocco e a causa del Covid il Marocco ha chiuso le frontiere. La conseguenza è che i nostri tecnici non possono andare a installare le macchine in altri paesi africani. Tutti speriamo che la pandemia finisca, ma se questo non succede a breve deve esserci un piano B per la convivenza con il virus».
Il suo luogo elettivo?
«Un'isola greca con la famiglia, il mio compagno Davide, mio figlio quattordicenne Nicolò. E gli amici».
Un aggettivo per descrivere il suo compagno?
«Positivo. Davide è una persona che sa far stare bene chi ha a fianco».
Un capo di abbigliamento che non indosserebbe mai.
«I tacchi a spillo, per me scarpe da ginnastica forever».
Il regalo più costoso ricevuto?
«Non sono un'amante dei gioielli, apprezzo i fiori».
L'ultimo libro letto?
«Noi siamo tecnologia di Massimo Temporelli. In vacanza mi porto Carofiglio».


      
 

Ultimo aggiornamento: 20:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA