Agguato a colpi di mitra, il giorno in cui la vita di Mauro cambiò per sempre

Martedì 21 Gennaio 2020 di Laura Bon
Agguato a colpi di mitra, il giorno in cui la vita di Mauro cambiò per sempre
MONTEBELLUNA - Non in un sobborgo malfamato di qualche metropoli, ma in una cittadina tranquilla come Montebelluna. Non in una zona degradata, ma sul raffinato sagrato della Chiesa di Santa Maria in Colle, cuore nobile della comunità locale. Non nel cuore della notte, ma alle 5 del pomeriggio. Non in questi giorni, incupiti da mille paure del diverso, ma all'inizio degli anni Ottanta. Correva infatti il 22 gennaio del 1983 quando la vita di Mauro Trapani cambiò per sempre. Trapani, carabiniere allora 19enne originario di Roma ma residente a Scorzè, era impegnato con un collega in un controllo di routine. Nei pressi della Chiesa vecchia, notò due persone che lo insospettirono. Così si fermò, accostando con l'auto. Poteva essere una semplice formalità, un atto di scrupolo di un agente in servizio. Invece quel gesto gli cambiò per sempre la vita. Mentre l'agente stava scendendo dall'auto, uno dei due uomini scappò lungo la scalinata, l'altro invece estrasse dalla giacca un piccolo mitra, scaricandogli addosso una raffica di colpi. Poi, presa in ostaggio una donna che si trovava a bordo di un'auto, la fece guidare sotto la minaccia delle armi fino a Resana, scaricandola brutalmente.

TASSELLI NASCOSTI
A raccontare, 27 anni dopo, una storia da brividi e apparentemente incredibile per una città come Montebelluna, è l'agente tecnico della polizia di Stato, operativo in Questura a Treviso, Omar Trapani, figlio di Mauro. Il giovane ricorda la storia del padre, in concomitanza con un anniversario, l'ennesimo, per varie ragioni. «In particolare -dice- lo faccio per far capire come le forze dell'ordine rischino ogni giorno la propria vita». Forse c'è nell'agente anche la speranza inespressa di riuscire a ricostruire, magari con la collaborazione di qualche testimone dell'epoca, tasselli rimasti nascosti della storia. O forse il desiderio di metabolizzare un trauma, per troppo tempo rimosso all'interno della sua stessa famiglia. Di anni, l'agente Omar ne ha 25, solo 6 più dell'età che aveva suo padre quando fu colpito da una raffica di colpi all'intestino, all'addome, agli arti che gli fece rischiare la vita e che comportò per lui ferite mai rimarginate, dal punto di vista fisico e psicologico. 

LUNGO CALVARIO
«Dopo quattro mesi in rianimazione -prosegue l'agente- e due di convalescenza mio padre tornò in servizio e venne trasferito a Istrana; di lì, a Zero Branco. Nel frattempo conobbe mia mamma Manuela, la donna della sua vita». Una vita, però, nella quale i problemi all'addome e all'intestino lo hanno portato più volte a rischio di morte. «In particolare -dice Omar- nel 1994 e nel 1998 fu lì lì per morire. Rimase per un paio d'anni nuovamente in rianimazione mentre io crescevo con pochissimi contatti con mio papà». Poi, nel 2000, l'agente è stato riconosciuto come vittima del dovere e riformato. «Per insufficienza di prove, però, il malvivente che gli ha cambiato la vita non è mai stato condannato per il fatto. Ha sì scontato trent'anni di galera, ma per rapine e altri colpi. Non per questo crimine». Assolto con il dubbio, titolarono infatti i giornali del tempo. L'unica testimone del fatto (l'agente che era con il padre si trovava sotto shock) non ha infatti mai riconosciuto con certezza il bandito. Così, al padre è sempre mancata pure la possibilità di avere giustizia fino in fondo. A Montebelluna, nel sagrato di quella Chiesa così bella, ma per lui così terribile «è tornato una sola volta, con la moglie Manuela». Mettendo assieme, seppur in un'unica circostanza, il momento più buio e la svolta più luminosa della sua esistenza. 

DOLORE E ORGOGLIO
«Per quanto mi riguarda -continua Omar Trapani- ho scelto di continuare, anche se in polizia, il percorso che è stato di mio bisnonno, di mio nonno e di mio padre. Sono orgoglioso del senso della famiglia e dell'onore che mi hanno trasmesso e ringrazio lo Stato per avermi dato la possibilità di entrare in polizia. Solamente però vorrei che, anche se mio padre in tutti questi anni ha cercato più di rimuovere che di evidenziare ciò che ha fatto, il suo eroismo non venisse dimenticato. Personalmente sono orgoglioso di lui». E, forse, un ricordo in più dei fatti di quel tempo, un'immagine che dalla nebbia del passato si stagli nitida, potrebbe aiutare non solo il protagonista, ma anche suo figlio, a guardare più serenamente al futuro. © RIPRODUZIONE RISERVATA